Joachim Ritter, Estetica e modernità




Joachim Ritter


Estetica e modernità


traduzione e cura
di Tonino Griffero e Micaela Latini,



Marinotti, Milano 2013, pp. 182
ISBN 978-8882731373, Euro 17

 










Collaboratore di Cassirer negli anni venti e di Heimsoeth negli anni trenta, Joachim Ritter (1903-1974) divenne nell’immediato secondo dopoguerra l’animatore di una delle scuole di pensiero più influenti della nuova Repubblica federale: il Collegium philosophicum di Münster. Filosofi come, tra gli altri, O. Marquard, R. Spaemann e H. Lübbe ma anche giuristi come E.-W. Böckenförde e M. Kriele hanno sempre riconosciuto il loro debito di fronte alle lezioni ritteriane. Forse le più rilevanti tra esse, quelle di estetica, sono state da poco (2010) edite in tedesco, sulla base di dispense dattiloscritte risalenti al 1947/48 e al 1962, e vengono ora prontamente e meritoriamente tradotte in italiano per la cura di Tonino Griffero e Micaela Latini.

Dal punto di vista metodologico, Ritter intende aggiornare la tradizione diltheyana delle “scienze dello spirito”, rileggendole a partire dalla scissione dialettica tra le ideologie volte direttamente alla prassi, da un lato, e la loro analisi storica e teorica, condotta con parametri “scientifici” di controllo intersoggettivo, dall’altro. Dal punto di vista politico, invece, se durante la Repubblica di Weimar Ritter si muoveva nell’area dello hegelismo di sinistra e, dopo la caduta dello Stato democratico, non fu del tutto discosto da certo hegelismo di destra, gli anni del magistero münsteriano lo vedono impegnato nel rilancio di un hegelismo di “centro”, con cui interpretare le tensioni politiche della modernità in un quadro democratico-liberale (attraverso la scissione dialettica tra lo Stato e la società civile). Sia per il metodo che per i contenuti il pensiero di Ritter si è così prestato ad accuse di “conservatorismo”, che a lui e alla sua scuola münsteriana hanno rivolto soprattutto Habermas e gli ambienti di ascendenza francofortese (si veda per esempio il paragrafo polemicamente dedicato a Ritter, come “neoconservatore” e “hegeliano di destra” nel Discorso filosofico della modernità).

Nel suo breve ma incisivo saggio introduttivo alle lezioni, intitolato L’estetica è conservazione o non è, Griffero non nasconde, fin appunto dal titolo, il carattere quasi provocatoriamente “conservativo” dell’impostazione di Ritter, il quale ama richiamarsi spesso, oltre che a Hegel come filosofo chiave della modernità, anche ad Aristotele come fondatore dell’idea occidentale di teoria, nella sua separazione e correlazione con il distinto ambito pratico. Sulla strada indicata dal “ritteriano” Marquard, valorizzato in Italia da G. Carchia, Griffero mostra, però, come il conservatorismo di Ritter non sia affatto banalmente inerte e suggerisca spunti e stimoli per il presente tutt’altro che scontati.

Ciò che l’arte – così come, seppure in modo distinto, anche la religione - conserva almeno come aspirazione soggettiva e come comunicazione intersoggettiva, nel mondo odierno, infatti, dice Ritter, è una dimensione che la scienza naturale moderna “oggettivante” non è più in grado di indicare: un significato globale e integrale dell’esperienza; la de-metafisificizzazione della conoscenza scientifica ha comportato così l’assegnazione di un ruolo del tutto nuovo per l’arte, puntualmente riscontrato dalla nascita di una nuova disciplina, l’estetica appunto, nel corso dell’Illuminismo. Partendo da motivi presenti in interpreti di Kant e della sua Critica del giudizio politicamente tanto diversi come Cassirer e Baeumler, Ritter giunge così ad intrecciare strettamente riflessione sull’arte e riflessione sulla storia, come emerge bene anche dall’efficace titolo che i curatori italiani hanno scelto per la loro edizione delle lezioni (Estetica e modernità).

Rispetto ad altri noti e contratti lavori in cui Ritter espone queste sue tesi – in particolare Paesaggio del 1963 raccolto, con altri saggi, nell’importante volume Soggettività, tradotto dallo stesso Griffero alcuni anni fa – queste lezioni favoriscono un taglio espositivo didatticamente più ampio e discorsivo e permettono, inoltre, di vedere, dall’interno, l’articolazione e lo sviluppo del pensiero ritteriano negli anni del dopoguerra.

Le lezioni del ‘47, infatti, appaiono segnate da una maggiore inquietudine kulturpessimistisch rispetto alla perdita del significato veritativo metafisico nella modernità e alla emigrazione di tale significato nell’ambito estetico. Nelle lezioni del ’62 Ritter, invece, anche in seguito all’esperienza delle ineludibili esigenze della modernizzazione in un soggiorno biennale nella Turchia degli anni cinquanta, presenta nel complesso una visione meno tragica della modernità e delle sue scissioni, nonché della funzione dell’arte in esse. Rispetto alla polemica contrapposizione dell’arte e della poesia alla scienza e alla modernità nell’ultimo Heidegger o anche, seppure in modo meno estremo, in Gadamer, Ritter appare nell’approdo della sua lunga riflessione sulla modernità, in queste lezioni del ’62, ricercare una soluzione articolata, che mira a comprendere, ciascuna nel suo ruolo diversificato, le distinte sfere conoscitive e pratiche in cui la modernità stessa si è andata costruendo: non a caso, Griffero definisce Ritter un paradossale “tradizionalista della modernità”.