Daniele Goldoni, Gratitudine. Voci di Hölderlin



Daniele Goldoni

Gratitudine.
Voci di H
ölderlin


Christian Marinotti Edizioni,
Milano 2013, 229 pp.
ISBN 978-88-8273-139-7






Un libro dedicato “agli amici”, scritto da un filosofo che teorizza l'amicizia, su di un poeta-pensatore (Hölderlin) che agli “amici” ha dedicato una fondamentale attenzione.

Daniele Goldoni consegna alla stampe un volume che è il risultato di molti anni di più o meno segreto confronto con il grande poeta tedesco. Che si tratti di un libro “pensato”, e a lungo, lo si comprende già leggendo la prefazione. In un'epoca di “istant-book” filosofici scritti per la carriera accademica (spesso anche per il profitto) e che sovente attestano solo l'ansia della prestazione in un'università sempre più disorientata, libri come questo si fanno apprezzare innanzitutto per il fatto di essere necessariamente il prodotto di tempi lunghi di riflessione. Tempi lunghi che consentono all'autore di proporre una significativa inversione ermeneutica sulla poesia di Hölderlin. Sottraendola al cliché interpretativo del “tragico”, il libro si impegna a mostrare come il poeta-pensatore tedesco non abbia affidato ad esso la sua ultima parola.

Per raggiungere questo obiettivo, Goldoni propone anche un'inversione di metodo: al posto di interpretare filosoficamente la poesia hölderliniana (si pensi, innanzitutto, alle interpretazioni di Heidegger), propone di lasciare che sia essa a parlare alla filosofia.

Che cosa la filosofia ha allora da imparare da quella poesia, da quella pratica poetica?

Attento a mostrare gli influssi di Rousseau e di Herder, Goldoni propone, come dicevo, un'interpretazione sostanzialmente anti-tragica della poesia di Hölderlin, mostrando come questi si sia allontanato progressivamente dall'enfasi tragica alla quale è legata una parte della sua produzione e della sua riflessione. Morte e vita possono essere cantate poeticamente senza la necessità di ricorrere esclusivamente al “genere” tragico.

Per dimostrare la fondatezza della sua tesi, Goldoni dà a lungo la parola alle opere: all'Iperione innanzitutto; poi anche alle diverse versioni de La morte di Empedocle, commentate tenendo conto, ovviamente, degli appunti poetologici noti come Fondamento dell'Empedocle e Il divenire nel trapassare. Infine, dopo aver discusso altri testi poetologici (Sul procedimento dello spirito poetico; Sulla differenza dei generi poetici), dedica i capitoli finali al commento sottile e partecipato di due importanti liriche di Hölderlin: Andenken (Ricordo) e Die Aussicht (La veduta,l'ultima poesia del poeta, ormai folle per il mondo).

Per Goldoni, pur attraversandolo fino in fondo, Hölderlin abbandona progressivamente il progetto “tragico” dell'Empedocle. Già nel breve scritto Il divenire nel trapassare, nonostante sia anch'esso una riflessione sul tragico, ci sono argomenti a favore di un ampliamento dell'orizzonte teorico e poetologico. È nota la tesi centrale sostenuta in quel testo: è nella “massima scissione”, nella massima separazione che appare l'intima unione del mondo e dell'essere. Ne Il significato delle tragedie, Hölderlin afferma che il “segno tragico è = 0”, intendendo sostenere che solo nel momento in cui le azioni si distruggono vicendevolmente appare l'originario (Ursprüngliche). Ma l'originario è il possibile, sottolinea Goldoni.Nel trapassare di un mondo in un altro appare il “possibile”, vale a dire «il mondo di tutti i mondi», «il tutto che è in ogni cosa» (p. 144). E la mimesi artistica ha, da sempre, l'arduo compito di dare forma al possibile.

Se ne Il divenire nel trapassare la tesi di Hölderlin è che il “genere tragico” sia quello autenticamente creativo, negli scritti successivi dedicati alla poetica dei toni, alla poetica delle Stimmungen, anche i generi lirico e epico riacquistano dignità poetologica. Ciascun genere intreccia gli altri ed è implicato negli altri, nonostante la differenza e il contrasto – che può anche essere radicale – tra i toni.

Ogni Stimmung, per Hölderlin,è una declinazione del desiderio, è un modo dell'amore che mantiene tutto, scrive Goldoni. Il problema tuttavia è: come possono coesistere le diverse Stimmungen nella “vita poetica pura”? Con questa espressione (“vita poetica pura”) Hölderlin indica la situazione dello spirito che si accinge a poetare. Il poeta la definisce anche sensazione trascendentale, intesa come la capacità poetica di sentire-immaginare l'armonicamente opposto (che è il reale del mondo).

Questa tesi poetologica e tutta la teoria dei toni possono meglio essere compresi, secondo Goldoni, se intesi in chiave musicale. Per farlo, tuttavia, non bisogna ridurre la musica a semplice “arte dei suoni”, ma intenderla come organizzazione temporale dell'ascolto. Hölderlin, egli scrive, «effettivamente fa musica con le disposizioni etiche ed emotive [Stimmungen] poiché la musica, come dice con chiarezza Rousseau, non è solo l'organizzazione del suono, ma è far presente un mondo per mezzo dell'organizzazione temporale dell'ascolto. Così fanno anche le parole, soprattutto se ben scelte» (p. 186).

La poetica dei toni ha, quindi, una esplicita finalità etica. I toni sono “disposizioni emotive”, ethos kai pathos; essi sono produttivi di abitudini, di virtù etiche dovremmo dire con Aristotele.

La libertà del poeta allora consisterà nella capacità di esprimere la diversità “contrastante” delle Stimmungen senza restare prigioniero di una sola di esse. La sua libertà sarà una liberazione dall'unilateralità attraverso un'arte della musica che si manifesta come lo strumento essenziale per promuovere l'amicizia tra gli “elementi separati” del mondo, tra tutti gli enti, siano essi uomini, animali o cose.

E la gratitudine,alla quale il libro è dedicato, è la «risposta di amicizia al mondo, e sta all'inizio del desiderio di cantare» (p. 203).

Gratitudine è la parola giusta, conclude Goldoni, per dire la “sensazione trascendentale” che apre al possibile.