Il potere della stupidità

Per gentile concessione dell’Autore (*), pubblichiamo un estratto dal suo libro Il potere della stupidità, edito da Monti & Ambrosini, ed un testo di riflessione sulle tematiche affrontate del volume

 

* Giancarlo Livraghi è laureato in filosofia all’Università degli Studi di Milano. All’inizio della sua carriera entrò come copywriter in pubblicità, divenendo quello che oggi si chiama “direttore creativo. Nella sua brillante carriera di esperto di marketing tra gli Usa e l’Europa, ha sempre seguito con attenzione gli aspetti culturali della comunicazione umana, oltre a occuparsene in concreto nel suo lavoro. Nel 1994 è stato un fondatore, e il primo presidente, di ALCEI, l’associazione per la libertà della comunicazione elettronica interattiva. Oltre a studiare e scrivere (come ha sempre fatto) sui valori della comunicazione umana, continua nell’impegno concreto al servizio di alcune imprese su temi di strategia di gestione non con una consulenza teorica, ma con un diretto coinvolgimento nelle soluzioni pratiche. Ha pubblicato centinaia di studi, articoli e saggi sulla comunicazione e sul marketing – e sulla cultura dell’internet e le attività d’impresa online. Relatore in molti convegni italiani e internazionali, fra le sue attività “accademiche” le più recenti sono alcune lezioni (nel 2006) all’Università degli Studi di Pavia. Fra i lavori più recenti Il nuovo libro della pubblicità scritto insieme a Luis Bassat (Il Sole 24 Ore 1997, terza edizione 2005). Il suo libro L’umanità nell’internet (sull’uso della rete dal punto di vista delle persone) è uscito nel 2001. Le sue osservazioni su Il potere della stupidità, pubblicate online a partire dal 1996, hanno assunto una forma più organica ed estesa in un libro edito da M&A nel 2004 (terza edizione 2008) – che in alcune imprese è stato adottato come testo di formazione gestionale. The Power of Stupidity è uscito in inglese nel 2009.

 

 

La stupidità: un argomento imbarazzante

(Estratto dal capitolo 28 di Il potere della stupidità di Giancarlo Livraghi)

 

Tutta la storia della cultura umana sulla stupidità (con rare eccezioni, come alcuni testi citati in questo libro) si può ridurre a una continua ripetizione di due atteggiamenti banali. Che non tentano di capire il problema, ma sono molto efficaci nell’evitare di affrontarlo.

Uno è la condanna sprezzante degli stolti, visti sempre come “altri”. Spesso è considerato stupido chi ha idee diverse da quelle di un certo autore che si considera “saggio”. È un modo comodo e sbrigativo per liberarsi dal fastidio di dover affrontare un dialogo o un dibattito. Infatti era in voga migliaia di anni fa e non è meno di moda ai nostri giorni.

L’altro è la derisione. Lo stupido è quello di cui si ride, la vittima designata di burle, beffe, lazzi e sberleffi. Anche questo è un modo per evitare il problema – e per scaricare addosso a qualcun altro non solo la stupidità, ma anche ogni genere di diversità e di incomprensioni. Chi non pensa e non fa come noi è stupido. Perché perder tempo a cercare di capirlo, quando basta considerarlo goffo e ridicolo?

Insomma siamo andati avanti per migliaia di anni a rimuovere il problema della stupidità, a tentare di esorcizzarlo, a cercare tutti i modi possibili per evitare di guardarlo in faccia.

Non è solo un comportamento stupido, è anche un segnale del fatto che la stupidità è imbarazzante – e ne abbiamo paura.

Ci sono, in questo desolante contesto, due eccezioni curiose e interessanti. Una è il comportamento di alcune culture tribali (ma ripetuto anche in situazioni storicamente più evolute) che invece di rifiutare una persona con un atteggiamento insolito, o di emarginarla come “lo stolto” o “il pazzo”, la considerano provvista di qualità speciali, di capacità superiori.

È interessante scoprire che, in molti casi, questo non è solo un modo per rendere socialmente accettabile una persona “diversa”, ma anche per dare spazio a chi ha davvero qualche tratto di genialità o insolite capacità percettive.

L’altro fenomeno, nel suo genere esemplare, è l’istituzione del giullare, o “buffone di corte”. Un personaggio che non ha rango, né credenziali di “saggezza”, ma ha spirito e ingegno beffardo. Si accetta e si incoraggia il suo travestirsi da “stupido”, perché così le sue irriverenti bizzarrie possono essere accolte senza imbarazzo e senza quella severa punizione che sarebbe

d’obbligo se le stesse cose fossero dette da una persona “saggia” che si renderebbe colpevole di “lesa maestà”.

Ci sono anche interpretazioni letterarie di questo ruolo, come il classico Bertoldo di Giulio Cesare Croce – e le analoghe storie, saghe e fiabe satiriche in diverse lingue e culture, che coltivano il valore dell’ironia, riscattano e incoraggiano la capacità dei “più deboli” di sfidare la prepotenza con l’astuzia di fingersi sciocchi.

Il fatto, naturalmente, è che i “bertoldi” ci sono sempre stati, ci sono anche oggi, e quando non si limitano a piccole “buffonerie” superficiali possono dare un notevole contributo

alla vitalità della cultura e della consapevolezza sociale.

Queste sono soluzioni intelligenti quando servono a ridurre i conflitti della diversità – o a offrire qualche spazio di irriverenza in una cultura troppo rigida, gerarchica e convenzionale. Ma  possono essere anche manierismi abitudinari e difensivi per mettere da parte, senza affrontarlo, il problema della stupidità – o per ridurlo a un’occasione di scherzi, burle e ironie.

Insomma la stupidità è imbarazzante. Fin che si ride, si ride. Ma quando si tratta di capire… si cercano tutti i modi possibili per evitare l’argomento. Anche chi ha il buon senso dell’autocritica – e il buon gusto di sapersi prendere in giro – difficilmente accetta l’idea di essere, almeno in parte, stupido.

Siamo disposti ad ammettere di essere un po’ matti. Perché pensiamo che qualche elemento di pazzia sia frequente nei geni (il che è vero, specialmente quando si considera follia qualcosa che gli altri non capiscono bene – o un modo di pensare che è in disaccordo con la cultura convenzionale). Ma anche chi non ha alcuna genialità può essere simpatico, spiritoso, divertente se si concede qualche tratto di innocua pazzia.

Ma stupidi? Che orrore. Possiamo anche fingerci stupidi, quando ci fa comodo per schivare una domanda imbarazzante o una responsabilità indesiderata. Ma ammettere di esserlo… è terrorizzante.

A questo proposito ci sono alcune interessanti osservazioni di James Welles – a cui va riconosciuto il merito di essere uno dei pochissimi autori che, invece di scaricare la stupidità solo sugli altri, riconosce anche la propria. In Understanding Stupidity osserva come, lavorando sul problema della stupidità, si sia trovato a cambiare atteggiamento.

«Sono stato perseguitato» – dice – «durante la scrittura del mio libro dalle vivide memorie dei miei più stupidi fallimenti. Ho continuamente ripensato ai miei più sciocchi errori». Credo che una tale autocoscienza, prima ancora che autocritica, sia necessaria per poter ragionare in modo un po’ meno banale del solito sul problema della stupidità.

«All’inizio» – spiega Welles – «l’intenzione non era seria. Mi aspettavo di scrivere un libro leggero e giocoso. Ha assunto un tono più serio man mano che mi rendevo conto di quanto incredibilmente importante sia la stupidità. Può essere comica; è certamente interessante; ma è molto discutibile che si possa continuare nei nostri tradizionali errori. La stupidità è troppo importante per poter essere messa da parte come una tragicomica fonte di umorismo».

La premessa di ogni efficace stupidologia sta nell’affrontare a occhi aperti non solo il fatto che la stupidità esiste, e ce n’è assai più di quanto siamo abituati a pensare, ma anche l’imbarazzante constatazione che la stupidità è una caratteristica fondamentale della natura umana. E che tutti siamo, in qualche misura, stupidi – di solito più di quanto crediamo, se non abbiamo dedicato sufficiente attenzione a valutare e conoscere la nostra capacità di sbagliare.

Affrontarla, conoscerla, capirla è il primo e fondamentale passo per ridurre l’insidioso potere della stupidità.

 

*  *  *

 

La guerra quotidiana contro la stupidità

 

Che ci piaccia o no, è una guerra. Non è militare, ma ci sono strategie e tattiche. Quando si cerca di capire il problema della stupidità umana, come ho fatto per tutta la vita – e in particolare nei quattordici anni di lavoro da cui nasce il libro Il potere della stupidità – ci si accorge che sono sottovalutate la sua gravità e le sue conseguenze. E perciò non la possiamo trascurare, dobbiamo imparare a combatterla.

È un impegno quotidiano, che non finisce mai, perché non ci può essere una vittoria “definitiva”. Anche se riuscissimo (cosa difficile) a sradicare le origini di ognuna delle stupidità che ci affliggono, qualcuno ne inventerebbe subito una nuova. Ma arrendersi o rassegnarsi non è una soluzione.

La stupidità non è eliminabile, perché fa parte della natura umana. Ma non è invincibile. Il libro che ho scritto e i molti articoli che ho pubblicato sull’argomento non sono un “manuale di sopravvivenza”.

Non credo nell’utilità di un “ricettario” che sarebbe inevitabilmente banale e che non potrebbe cogliere gli infiniti travestimenti con cui si manifesta continuamente la stupidità. Ma i fatti dimostrano che quanto meglio si riesce a capirla, tanto cresce la possibilità di evitare, prevenire o correggere le conseguenze della più grande forza distruttiva nella storia dell’umanità.


Il potere della stupidità

Un diffuso errore nel pensare alla stupidità è credere che sia innocua o trascurabile. Si ride degli stupidi e delle stupidaggini – ed è vero che spesso sono comiche. Ma credere di poter “esorcizzare” il problema con scherzi, burle e barzellette è un modo per allontanarsi da una realtà imbarazzante– e così lasciare troppo spazio all’insidioso, pericoloso e onnipresente potere della stupidità.

Il concetto è efficacemente riassunto nel cosiddetto “Rasoio di Hanlon” (che prende il nome dal “Rasoio di Occam” e non è meno tagliente). «Non attribuire a consapevole malvagità ciò che può essere adeguatamente spiegato come stupidità»[1]. È ribadito da Robert Heinlein anche in una frase più breve e altrettanto incisiva. «Non sottovalutare mai il potere della stupidità umana».

Il fatto è ampiamente dimostrato dalla nostra esperienza quotidiana, dalle cronache antiche e moderne di piccoli e grandi eventi – e ci sono studi storici dedicati ai fattori “apparentemente casuali”, ma in realtà provocati dalla stupidità, che hanno cambiato la situazione in ogni sorta di eventi con conseguenze nei secoli e nei millenni.[2]

Fra gli esempi “classici” c’è il cavallo di Troia. Nell’Iliade si spiega che gli dei avevano volutamente “intontito” i troiani per farli cadere nella trappola. Ma non occorre scomodare l’Olimpo per capire che la stupidità umana è capace di enormi misfatti – e chi cerca di prevenirli o contrastarli rischia la fine di Cassandra o di Laocoonte. Di cose analoghe sono piene non solo le saghe e le leggende in tutte le culture, ma anche le realtà dei fatti, come le conosciamo nello studio della storia e della preistoria, dall’età della pietra ai nostri giorni.

Un fatto sconcertante è che gli stessi errori continuano a ripetersi. Uno dei motivi è che non si dedica abbastanza studio o attenzione al problema della stupidità.

 

Chi è lo stupido?

Un altro errore molto diffuso è pensare che ci sia una netta divisione fra stupidi e non. In questa deformazione di prospettiva sono caduti anche autori che, per altri aspetti, hanno scritto cose interessanti sull’argomento.

Il problema ha due conseguenze. Credere che esistano persone “totalmente stupide” o “totalmente intelligenti”. E pensare che lo stupido sia sempre qualcun altro.

Così come il più ignorante degli ignoranti è chi crede di sapere tutto, il più stupido degli stupidi è chi crede di non esserlo mai. Una mia personale “consolazione” è che spesso mi accorgo di essere stupido. E da questo si deduce che non lo sono completamente.

Forse può esistere uno “stupido assoluto”, ma è un caso raro. Un fatto certo è che nessuno è immune dalla stupidità. La stessa persona può essere intelligente in alcune cose, stupida in altre. E capita a tutti di essere, imprevedibilmente, stupidi anche in materie o situazioni in cui abitualmente si è ben preparati.

Albert Einstein, per esempio, lo sapeva, come risulta da alcune sue osservazioni, scritte in tono scherzoso, ma non per questo prive di serio significato. Una è abbastanza nota[3]: «Due cose sono infinite: l’universo e la stupidità. Sull’universo non sono sicuro». L’altra è in una lettera scritta a Heinrich Zangger nel 1919[4]: «Con la fama divento sempre più stupido, d’altronde è un fenomeno molto comune. C’è una tale sproporzione fra quello che uno è e gli altri pensano che sia, o almeno quello che dicono di pensare che sia. Ma bisogna prendere tutto con buonumore».

Un valore dell’intelligenza è capire i propri limiti – e la propria stupidità. Con buonumore, perché nessuno ne è immune, ma chi la conosce la sa gestire meglio.

Per combattere bene la guerra contro la stupidità dobbiamo capire la nostra, prima ancora di badare a quella degli altri. E se capiamo che tutti, in un modo o nell’altro, sono un po’ stupidi, evitiamo anche la deprimente sorpresa (e le perverse conseguenze) di comportamenti inaspettatamente stupidi da parte di persone che siamo abituati a considerare intelligenti.

Il problema non è solo che errare humanum o quandoque dormitat Homerus. Quando abbiamo capito che “tutti sbagliano” siamo al primo passo di quel processo mentale che ci aiuta a capire (e perciò a combattere) la stupidità. Ma non si tratta di farne un “sistema di regole” rigido, omogeneo e formale, che sarebbe pedante e noioso quanto inadatto a un avversario disordinato, imprevedibile e più mutevole di un camaleonte.

 

La stupidità è imprevedibile

La stupidità è pericolosa perché è imprevedibile. La malvagità può essere terribile, ma (se non è contemporaneamente stupida, cosa che accade spesso) tende a comportarsi in modo da nuocere agli altri traendone un vantaggio – o almeno senza farsi del male. Perciò può essere prevedibile. La stupidità no. Fa danno a sé e anche agli altri. Questo è uno dei motivi per cui è molto pericolosa.

Tuttavia, come ogni cosa, anche la stupidità ha sintomi riconoscibili, percorsi ripetitivi. Più si impara a conoscerla, più diventa possibile, se non prevedere esattamente la sua prossima manifestazione, almeno capire come alcuni problemi si possano prevenire, altri attenuare sapendo che il rischio esiste e preparando prima ciò che occorre per ridurne le conseguenze.

 

La moltiplicazione della stupidità

La stupidità è contagiosa. È un fatto noto che le folle sono spesso più stupide delle persone che le compongono. La stupidità è incoerente – non ha bisogno di pensare, organizzarsi o progettare per produrre effetti combinati. Il trasferimento e coordinamento dell’intelligenza è un processo meno semplice e spontaneo.

Le persone stupide possono aggregarsi istantaneamente in un gruppo o “massa” super-stupida, mentre le persone intelligenti funzionano come gruppo quando si conoscono bene e hanno esperienza nel lavorare insieme. Questo non vuol dire che la stupidità sia “più forte” dell’intelligenza, ma è un fatto ampiamente dimostrato che la stupidità cresce e si moltiplica come un microbo patogeno o un parassita, mentre contrastarla richiede metodo, impegno, consapevolezza e disciplina, come ogni efficace terapia.

Gruppi ben armonizzati che condividono intelligenza possono generare notevoli forze anti-stupidità, ma (contrariamente alle aggregazioni stupide) queste comunità hanno bisogno di essere organizzate e coltivate con cura. E possono perdere una parte della loro efficacia per l’infiltrazione di persone stupide o per inattese crisi di stupidità in persone abitualmente intelligenti.

La ricerca dell’armonia e della reciproca comprensione, in ogni rapporto umano, è in sé una cosa piacevole, attraente, stimolante. Ed è anche un efficace antidoto al potere della stupidità.

 

L’ossessione della stupidità

I biografi di Gustave Flaubert raccontano che era ossessionato dalla stupidità. Aveva dedicato molti anni a raccogliere migliaia di esempi, con l’intenzione di farne un’enciclopedia. Ma non riuscì mai a scriverla. Cercò di svolgere l’argomento in un romanzo, Bouvard et Pécuchet, ma senza arrivare a finirlo (fu pubblicato, postumo e incompiuto, nel 1881).[5]

Ci sono altri esempi dello stesso genere. Il tema è così vasto e così preoccupante che può diventare ossessivo. Ma averne paura è un modo per esserne sconfitti. La stupidità non è la gorgone Medusa. Non ci impietrisce se la guardiamo. Al contrario, teme la luce, preferisce l’oscurità in cui si nascondono i suoi molteplici travestimenti. Quando riusciamo a smascherarla, spesso si sgretola come una pietra corrosa – o si scioglie come una medusa su una spiaggia.

 

La “legge di Murphy”

Nel mio libro ho citato varie “leggi”. Quelle, giustamente famose, di Carlo Cipolla sulla stupidità umana. La “legge di Parkinson” e il “principio di Peter” sui motivi per cui le cose non funzionano. E alcune altre.[6]

Ma ce n’è una che non è mai stata definita come “legge” nel senso scientifico della parola – tuttavia merita di esser presa molto sul serio, anche se è solo un “modo di dire”.

La “legge di Murphy” dice che se qualcosa può andare storto lo farà, nel momento peggiore possibile. [7] È generalmente trattata come un tema umoristico, con un’infinità di varianti e corollari, di cui esistono svariate collezioni. Ma ciò che sfugge è il suo valore pratico, che non è uno scherzo.

Progetti, procedure e sistemi sono troppo spesso concepiti in modo da non tener conto degli “imprevisti” – che ci sono quasi sempre, provocati non solo da guasti o errori, ma anche da cambiamenti dell’ambiente e della situazione. Occorrono perciò strategie meno rigide, metodi più flessibili (i cosiddetti what if) che permettano di adattarsi alle circostanze senza eccessiva difficoltà.

Basarsi sulla “legge di Murphy” come metodo organizzativo è utile anche per evitare quelle condizioni di confusione (e perciò fonti di nuovi errori) in cui cadono inevitabilmente le organizzazioni rigide e impreparate all’imprevisto.

Ma c’è di più. Fra gli infiniti “corollari di Murphy” ce n’è uno (mai citato nelle antologie sull’argomento) di fondamentale utilità. Se una cosa che si è guastata è in grado di aggiustarsi da sola, lo fa nel momento in cui si è avviato il processo per correggerla. Il marasma che ne consegue è la fonte di nuovi errori e pasticci. Essere coscienti di questa “variante di Murphy” vuol dire non solo saper dare tempestivamente un “contrordine”, ma anche essere preparati a gestire una situazione confusa senza innervosirsi o perdere la trebisonda.

 

L’arte difficile della semplicità

Fin da quando ero un ragazzino, mi sentivo perseguitato da una perversa organizzazione a cui avevo dato il nome di U.C.C.S. – Ufficio Complicazione Cose Semplici. Gli anni passano, ma la persecuzione continua. Assume spesso forme estreme nella burocrazia, ma è presente anche in molti altri aspetti delle comunità umane.

Talvolta le complicazioni sono intenzionali, da parte di chi preferisce non rendersi troppo comprensibile o vuole assoggettare tutti al suo modo di essere e di pensare. Ma spesso sono involontarie, per una cronica incapacità di ascoltare e di “mettersi nei panni degli altri”.

Il problema è che complicare è facile, semplificare è difficile. Molte delle più grandi innovazioni e scoperte sono semplificazioni di cose che sembravano complicate. La vera creatività sta spesso nelle sintesi che superano le apparenti complessità.

È nota nelle organizzazioni, ma raramente applicata, la massima KISS: «keep it simple, stupid». Molte soluzioni brillanti sono così semplici da sembrare ovvie – ma questo si scopre dopo averle trovate.

 

La stupidità della guerra

Anche se dobbiamo concedere, malvolentieri, che talvolta la violenza è necessaria, ci sono ampie conferme del fatto che la guerra è quasi sempre stupida. Non solo le grandi, sanguinarie guerre combattute con armi sempre più letali. Ma anche le “piccole guerre” che si scatenano nelle famiglie, fra gli amici, in minuscoli villaggi o in grandi città, nelle stanze del potere o nelle rivalità che infestano ogni genere di organizzazioni, dalle grandi o piccole imprese alle bocciofile o alle partite a carte o alle discussioni da “bar sport”. Uno dei modi per combattere la stupidità e le sue conseguenze è saper spegnere quei fuochi con un tocco di leggerezza. Ci sono persone che lo sanno fare – e meritano molta gratitudine.[8]

A metà del ventesimo secolo, dopo gli orrori della seconda guerra mondiale, aveva cominciato a diffondersi la convinzione che la guerra non è necessaria, né inevitabile (come si era sempre pensato nella precedente storia dell’umanità). Ma vediamo, purtroppo, che in pratica quella lezione non è stata sufficientemente imparata.

Abbiamo ancora meno imparato la lezione sull’inutilità dei conflitti, polemiche e astiosi contrasti che infettano troppo spesso la vita di tanta gente. Le cronache se ne occupano solo quando arrivano a conseguenze sanguinarie. Ma sarebbe meglio trovare un modo per evitarle prima che diventino acute o croniche. Senza false “bonomie” o inutili formalismi, ma con più sincero rispetto per le opinioni e le abitudini altrui – non solo di chi proviene da culture remote, ma anche del nostro vicino di casa o della zia di Poggibonsi. E questo è uno dei modi per combattere la stupidità.

Anche in quella che qui sto chiamando “guerra contro la stupidità” non si tratta di essere polemici, aggressivi o feroci. Al contrario, l’arma più efficace è la serenità (anche se è difficile averla quando qualche stupidaggine ci complica inutilmente la vita).

Contro la stupidità dobbiamo essere spietati. Non lasciarle mai lo spazio per crescere e moltiplicarsi. Stroncarla sul nascere ogni volta che ne vediamo i primi sintomi. Ma senza rancore, senza rabbia, senza malumore. Più ci lasciamo innervosire, più rischiamo di concimare il terreno in cui cresce la malapianta della stupidità.

La comicità banale e ripetitiva sulle stupidità convenzionali non solo è inutile, ma è dannosa, perché distrae dalla vera natura del problema. Ma funziona bene una sana dose di umorismo – e, in particolare, di autoironia. Un po’ di buonumore, un guizzo di fantasia, un sorriso inaspettato, sono spesso armi vincenti nell’eterna lotta conto la stupidità.

 

L’arte allegra di questa “guerra”

Il problema della stupidità è serio e preoccupante. Ma l’arte di combatterla non è triste. Ogni vantaggio che si riesce a ottenere, anche quando è (o sembra) piccolo, ogni riduzione della sua invadenza, è una soddisfazione. Porta non solo sollievo e distensione, ma anche buonumore. A differenza delle guerre che si combattono con le armi, o anche solo con astio e ostilità, questa è un’impresa allegra, piacevole, divertente.

Mentre l’esercizio fisico è fatto di monotone ripetizioni, quello della mente si nutre di continui cambiamenti di prospettiva. Scoprire i meandri in cui cresce la stupidità e decifrare i labirinti in cui si nasconde non è solo un percorso interessante. È anche un’efficace ginnastica mentale.


 


[1] “Hanlon” è Robert Heinlein, che aveva fatto quella constatazione in Logic of Empire (1941).

[2] Per esempio The March of Folly – from Troy to Vietnam di Barbara Tuchman (1984), Der Hinge-Faktor di Eric Durschsmied (1998), History’s Worst Decisions – Encyclopedia Idiotica di Stephen Weir (2005). E vari altri.

[3] Dopo la pubblicazione di Il potere della stupidità l’ho vista più spesso ripetuta, insieme ad altre cose prese dal mio libro. Ma non voglio essere troppo maligno su chi copia “senza citare la fonte”.

[4] Pubblicata da Helen Dukas e Banesh Hoffmann nell’interessante libro Albert Einstein – Il lato umano (1979) edito in italiano da Einaudi nel 1980 (traduzione di Annamaria Gilberti).

[5] Anche Emma Bovary era perseguitata dalla stupidità e dalla meschinità delle persone che la circondavano. Vedi Flaubert e ‘'ossessione della stupidità http://gandalf.it/stupid/flaubert.pdf

[6] Nel libro Il potere della stupidità il quarto capitolo riguarda la legge di Murphy, il quinto la legge di Parkinson, il sesto il principio di Peter e il settimo le leggi di Cipolla. Sono citate anche alcune altre, come la “legge di Finagle” e gli ironici (ma più seri che buffi) “principio di Dilbert” (Scott Adams) e “principio di Natreb”.

[7] L’origine è abitualmente attribuita a un tecnico dell’aeronautica militare, il capitano Edward Murphy, nel 1949. Pare che la sua osservazione si riferisse a un caso specifico di stupidità umana: un esperimento in cui qualcuno aveva rischiato la vita a causa di uno strumento mal regolato.

[8] Un testo di straordinaria qualità su questo argomento è Brown's Job, scritto da Robley Feland nel 1920. Vedi http://gandalf.it/m/brown.htm