Della profezia tecnica


This essay is about the prophecy embedded in technics tendency. Technics is seen as having a sexuality, i.e. a pulsion that drives the subject into a process of prophecy involving reciprocal communication as the source of the messages. Only the lover ready to be disappointed will survive. The word prophecy comes from the Greek verb, προφημι (prophemi), which means “to say beforehand, foretell”; it is a combination of the Greek words, προ and φημι. Technology remains a nuanced territory, in whicheach discipline offers its own definition. A discourse is growing about, but the remnant is the Prophecy. Technics could be seen as a new religion or ideology, but only the subject that is able to became conscious of the non-logical effect of technics will be not alienated.


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La tecnologia è un territorio percorso da varie discipline, tra cui l’ingegneria, la filosofia e l’arte. Tali discipline lo descrivono utilizzando differenti punti di vista, innescando ognuna un punto di vista normativo, espressione di quel potere che ogni disciplina produce come risultante metabolica delle proprie pragmatiche, prassi, norme, termini, organizzazioni e relazioni1.

Volendo porre un punto di vista multi disciplinare, possiamo osservare come i campi di applicazione dell’ingegneria, nel contemporaneo, si siano allargati e vadano al di là di quelli tradizionali della trasformazione della materia alla soluzione di problemi aventi per oggetto sia la materia organica e inorganica sia processi di carattere più teorico e astratto (i. economici, i. finanziari, i. costituzionali, i. della gestione aziendale ecc.)2. Di seguito anche la filosofia si è “disciplinata” in una forma di sapere che ricerca un’universalità da affiancare alla prescrizione di una saggezza. E infine l’arte contemporanea ha abbandonato il fare tecnico per una cura della conoscenza critica vista come un qualche cosa di incessantemente nuovo e per questo non universalizzabile.

In questo scenario non c’è accordo sul significato del termine tecnologia, dal momento che le tre discipline propongono (o non propongono) tre distinti ‘punti di vista’ dai quali osservare e descrivere. Nessuna delle tre ne spiega esaustivamente la nascita poiché il fenomeno è talmente intrecciato alla definizione stessa dell’essere umano da inficiare ogni possibile distanza, poiché dovrebbe di seguito spiegare la nascita dello stesso soggetto umano.

L’ingegneria denuncia “[…] un problema di terminologia. Molti tra i termini impiegati più sovente (tecnologia, innovazione, tecnica) hanno significati che si sovrappongono e si contraddicono. Tecnologia ha almeno cinque o sei accezioni principali, alcuni delle quali incongrue”3.La filosofia contemporanea la descrive a partire dalle riflessioni di Martin Heidegger arrivando a Gilbert Simondon, Peter Sloterdijk, Bernard Stiegler, Thomas Macho. Proprio cercando di dare una definizione che si ponga il problema delle origini della tecnologia come fenomeno. Ma senza riuscire ad andare oltre il proprio campo disciplinare.

L’arte contemporanea la esplora partendo dagli Experiments in Art and Technology (E.A.T.) del 19674. Questa piattaforma di ricerca fu costruita da un ensemble di artisti e ingegneri dei Bell Labs. L’influenza arriva a noi oggi attraverso il lavoro di epigoni quali Peter Weibel e Roy Ascott. L’arte, volta al sempre e comunque nuovo, non pare interessata a definire in maniera univoca il fenomeno. Ascott non ne ricerca una definizione ma, in linea con le sue visioni cibernetiche, la descrive come parte di un fenomeno umano che a sua volta è parte di una magnitudo superiore che è la vita in sé. Da questo punto di osservazione Ascott vede quindi la tecnologia come qualche cosa che sta ridefinendo intrinsecamente la nostra identità, società e immagine del mondo. Egli chiama questo nuovo punto di vista tech-noetica.5

Ad oggi il termine Tecnologia sembra avere più accezioni, alcune delle quali incongrue, ma nessuna comprensione approfondita sulla natura dell’innovazione e nemmeno una teoria sull’evoluzione tecnologica. È il filosofo Gilbert Simondon, a tentare di configurare l’apparato concettuale della filosofia della tecnica. Lo fa alla luce degli strumenti della fisica dei quanti e della cibernetica. Questo tentativo implica una problematizzazione dello statuto ontologico della società e di conseguenza una visione dinamica del concetto stesso di natura umana. Secondo il filosofo, qualsiasi intervento sulle infrastrutture tecnologiche implica una riflessione sullo statuto delle scienze ma soprattutto sull’effettualità politica del pensiero in vista di un nuova società tecnologica.

La nuova società contemporanea è caratterizzata da un’accelerazione indotta dalla scienza dell’informatica, che ha introdotto il calcolo automatico, ha reso concreta una gestione economica della complessità e ha permesso l’applicazione della simulazione predittiva a un pressoché infinito contesto di meccanismi. É nata quindi una società volta sempre e comunque al nuovo, come attestano le varie espressioni the next big thing, the new new, always already new. Da qui l’interesse centrale per la cibernetica. Tuttavia, essendo la tecnologia ‘sempre e comunque nuova’ viene a mancare proprio una logia definita della tecnologia,, e la scienza che la spiega non può che rifugiarsi in una impostanzione non semplice ma complessa.

A questo punto bisogna osservare come la tecnologia si formi all’ombra della sorella maggiore la scienza.

La scienza è la fonte di legittimità delle asserzioni che noi pretendiamo essere vere in merito a qualsiasi cosa (nel senso del pragma: di ciò su cui verte il discorso). Si impone tra il XVIII e il XIX secolo con una funzione normativa. Ciò che gli uomini moderni possono legittimamente ritenere vero è in qualche modo solo ciò che si fonda su un sapere scientifico. Questo sapere divide, separa, interrompe le configurazioni e le relazioni tra esse con le cose, gli spazi vuoti e i conflitti. Essa si pone alla base della tecnologia, e nel creare la fonte di legittimità non ricerca la spiegazione, non ne sente la necessità. E anche la felicità diventa qualche cosa da calcolare, prevedere e predire. La scienza stessa è quindi anche un ambiente apertamente emotivo e infatti si associa, proprio tramite questa emotività, a quell’atto che è l’invenzione che appare carica, troppo carica, di associazioni emotive.

L’Invenzione evoca immagini di inventori solitari come il Victor Frankestein del racconto di Mary Wollstoncraft Godwin, che osserva il percorso degenerativo dei cadaveri, acquisendo così la conoscenza di come rianimare la materia inanimata. O come il fisico italiano Enrico Fermi che, inconsapevole dei rischi atomici, inventa il primo reattore a fissione nucleare al mondo, la Chicago Pile, costruito in un campo da racquets situato sotto le tribune ovest dello stadio abbandonato Alonzo Stagg Field dell’Università. O come il Nikola Tesla ben interpretato da David Bowie nell’opera cinematografica di Christopher Nolan, The Prestige, che inventa la macchina che teletrasporta il soggetto e ne crea il Doppelgänger.

L’invenzione è presente nel racconto omerico, intrecciata nelle strategie di Ulisse, nel suo destino da uomo, che, diversamente da Achille ed Ettore, ha la necessità di ri-configurare incessantemente il suo. Il suo nome è infatti Odisseo, ovvero quello del protagonista di una incessante narrativa, che spinge sempre oltre il punto di arrivo, a differenza appunto degli immutabili dei, o semidei.

Il termine invenzione deriva dal latino inventus participio passato di invenire, che sta a dire ‘trovare cercando’. È una esplorazione, che implica una narrazione costruita tra una ortoprassi, il cercare, e una alea implicita nella scoperta, che essa stessa sempre riproduce perché anche quando scopriamo la generazione della materia animata non abbiamo idea di che cosa siano le vite, anche quando scopriamo la fissione nucleare non abbiamo idea delle dimensioni subatomiche, anche quando creiamo Doppelgänger non abbiamo idea di cosa si voglia intendere per sdoppiamento coerente delle identità.

Esiste sempre e comunque una ulteriore narrazione.

Il termine narrazione, deriva dal latino gnarigare, con la radice greca gna, un conoscere che implica l’azione. L’azione è l’ortoprassi, e il conoscere è la possibilità di descrivere il territorio percorso, che deve la sua coerenza alla precedente prassi piuttosto che a una sua propria realtà oggettiva.

Così l’uomo e la sua scienza appaiono presi tra due enormi forze inconsce: la prassi e la trascendenza. E la tecnologia si sviluppa in questo essere diviso proprio perché sembra essere fatta di prassi e trascendenza; essa fa accadere cose e produce narrazioni che trascendono l’hic et nunc e spostano il soggetto nel tempo e nello spazio.

E cosa produce lo spostamento del soggetto nel tempo e nello spazio? Produce la profezia, parola che deriva dal greco antico pro-phemi, ovvero dire prima. La tecnica, intesa come il fenomeno reale, permette uno spostamento del soggetto agente nel tempo, del prima ma sopratutto del dopo, e nello spazio di tutti i territori possibili.

La tecnica produce la profezia di sé, assume i connotati di un sistema di secondo ordine che produce sé stesso dagli effetti di sé stesso, e confina l’uomo in una circolarità ermeneutica che non trova giustificazione ché in sé stessa.

La dimensione sempre e comunque profetica della tecnologia, dell’invenzione, dell’innovazione è la sua stessa potenza, poiché rinsalda il valore attraverso la generazione di possibilità di sé. È come se avesse una potenza sessuale, appunto generativa.

La sessualità dal punto di vista della classica teoria freudiana è una pulsione, o meglio una spinta pulsionale, ovvero un processo dinamico consistente in una spinta, in una carica energetica, in un fattore di motricità, che fa tendere verso una meta. La pulsione tecnica nasce dalla sua capacità di produrre un piano trascendente operando nell’immanenza, ed è la profezia che ha la sua fonte in uno stato di tensione verso una meta, la pulsione può raggiungere la sua meta nell’oggetto o grazie a esso.

Quindi la tecnologia ha una sessualità che si crea al suo interno e attraverso essa crea sé stessa in un processo di secondo ordine.

A questo punto la domanda che il soggetto si pone è quale sia la natura di questa tecnica: una natura pulsionale che produce profezie?

Forse potremmo semplicemente accettare la tecnologia, senza preoccuparci troppo degli interrogativi che essa suscita. Tuttavia val la pena cercare di comprenderne la natura. Non solo perché la tecnologia è fondativa dell’uomo e del mondo contemporaneo, ma anche e sopratutto perché a questo stadio della storia, lo stadio chiamato antropocene6, grava su di noi e sulle nostre preoccupazioni, che le si presti attenzione o meno.

Di certo la tecnologia ha permesso ai nostri figli di sopravvivere in situazioni in cui in passato forse sarebbero morti; ha allungato le nostre aspettative di vita e le ha rese più felici di quelle dei nostri antenati; ci ha donato la prosperità. Ma bisogna porsi la domanda del prezzo, e osservare che il testimone è sempre colui che sopravvive. Quanto è costata la rivoluzione industriale, in termine di vite umane? E quanto è costata la rivoluzione scientifica del ‘600 in termini di sofferenza? La tradizione medica è costellata di raccapriccianti racconti di anatomie di vivi. Andrea Vesalio, medico personale di Carlo V e considerato il fondatore della moderna anatomia, testimonia di una dissezione che stava praticando su una giovane dama spagnola che si risvegliò giusto per accorgersi che stava morendo atrocemente per l’anatomia che le stavano praticando7. Nel Seicento la rivoluzione scientifica innesca una vera e propria mania della dissezione animale, praticata su animali vivi, specialmente sui cani, che porta a una specie di estinzione di massa di questo animale domestico.

La tecnologia è violenta e aggressiva quindi, come una pulsione.

Le pulsioni, nella concezione freudiana sarebbero sessuali ed aggressive e, se restiamo in questo parallelismo, allora la tecnologia, come la pulsione, produce una spinta, una carica energetica, un fattore di motricità, che fa tendere l’organismo verso una meta. E il percorso implica un’aggressività, di nuovo un termine che vuol dire andare verso, composto dal latino ad, verso, e gràdi, andare, ovvero andare verso. L’innocente significato di andare verso per parlare, diventa quindi un assalto. Perché alla fine solo il sopravvissuto può parlare, solo chi sopravvive ha senso.

La storia, che si fonda anch’essa da una tecnologia (la storiografia), è narrata dai sopravvissuti, ovvero da coloro che nel gesto dell’assalto si sono salvati.

Se la tecnologia ha una dimensione pulsionale, è come una sessualità e, quindi, porta con sé una narrazione e un’aggressività che produce violenza. È un sistema di secondo ordine ricorsivo che produce i suoi stessi memi da coloro che possiede, annichilendo di fatto coloro che resistono, e quindi negandogli la possibilità di condurre un discorso, e di fatto resta solo il discorso del posseduto.

È il dottor Victor Von Frankestein che ha recuperato il suo spirito, ha capito l’orrore che ha creato, e angosciato si chiede ‘che cosa ho fatto?!’.

Ma non tutti sono capaci di liberarsi della possessione come Victor Von Frankestein, la moltitudine non pensa, non confligge, non si cura di sé e del sé, agisce all’interno di dispositivi tecnologici che producono pratiche e segni ripetitivi per indicare quelle stesse pratiche, in un circolo ermeneutico in cui l’ermeneusi è sempre e comunque il prodotto della tecnologia.

E perché non sono in grado?

Perché la conoscenza è ancora intesa come la ricerca di una rappresentazione ontologica della realtà, invece di essere vista, in linea con la cibernetica costruttivista, come una spasmodica ricerca di comportamenti e pensieri idonei e adatti. Di fronte a questa possessione tecnica, esattamente come l’innamorato che si desta, dobbiamo capire come la tecnologia ci crea. Per produrre una liberazione dall’ossessione la conoscenza dovrebbe essere vista, adesso e finalmente, come qualche cosa che l’organismo aggrega nel tentativo di ordinare l’incessante flusso delle caotiche esperienze riconoscendo esperienze ripetitive e relazioni relativamente affidabili tra loro. Comprendendo che le possibilità di costruire un tale ordine sono determinate e perennemente limitate dalle aggregazioni precedenti nella costruzione, le quali aggregazioni sono comunque un prodotto tecnologico.

Ciò significa che il mondo “reale” si manifesta esclusivamente là dove il soggetto riesce a disaggregare le costruzioni della tecnica, là dove il soggetto tecnologico crolla.

Ma dal momento che siamo in grado di descrivere e spiegare queste disaggregazioni solo mediante i concetti stessi che abbiamo usato per costruire le strutture, questo processo non può mai produrre l’immagine di un mondo che potremmo utilizzare come contro-ambiente per il loro fallimento. Quindi siamo condannati all’alienazione, come appunto l’innamorato, a meno di una ‘delusione’, che passa necessariamente attraverso la comprensione della dimensione aggregata e processuale della mente e la ponderazione del peso che assume la tecnologia nella descrizione, condivisione, elaborazione delle suddette caotiche esperienze.

E solo a questo punto possiamo, come un adulto, amare realmente e comprendere la tecnica.

Questo perché siamo intrappolati in due complessi territori inconsci: riponiamo le nostre speranze più profonde nella tecnica, ma agiamo nella natura.Questi due territori, come due placche tettoniche, si scontrano in una lunga, lenta e inesorabile collisione. Questa collisione non è una novità, è sempre avvenuta da quando l’uomo ha acquisito le competenze tecnologiche. Prometeo ruba il fuoco a Zeus e ne fa dono agli umani. Gli dona la conoscenza e la gestione delle forze. L’uomo viene così affrancato in parte dalla natura. Ma oggi lo scontro tra natura e tecnica sta definendo l’epoca presente più di ogni altra cosa8. Poiché stiamo sempre di più utilizzando la tecnologia per intervenire direttamente sulla natura.

Nel 1868 Samuel Butler nel saggio “Darwin tra le macchine” invocava una teoria per “il regno meccanico” che cercasse di spiegare la parte che la relazione con l’ambiente naturale ha svolto nell’evoluzione della tecnica. Se interpretate in chiave darwiniana le tecnologie, ammettendo anche una considerevole partecipazione umana, apparirebbero sorgere in maniera puntuale dalle tecnologie che le hanno precedute e svilupparsi e imporsi attraverso un qualche processo adattivo, che in questo caso potremmo chiamare innovativo. L’americano William Fielding Ogburn, nel 1922, teorizza che le tecnologie si costruiscono in maniera cumulativa a partire da tecnologie precedenti, secondo la regola che: “maggiore è il numero di elementi con cui inventare, maggiore è il numero delle invenzioni”9. Le novità della tecnica, in qualche modo sorgono necessariamente, da una combinazione di tecnologie preesistenti: nel 1929 lo storico Abbott Payson Usher sostiene che le invenzioni procedono dalla “costruttiva assimilazione di elementi preesistenti in nuove sintesi”10. Nel senso che l’accumulo di tecnologie genera altre tecnologie. Secondo William Brian Arthur il fatto che le tecnologie preesistenti combinandosi generano nuove tecnologie significa che le tecniche generano nuove tecnologie, e che quindi deve esistere un meccanismo che ne spiega l’evoluzione. L’intero complesso delle tecniche incrementa sé stesso. Arthur afferma che la tecnica crea sé stessa da sé stessa, come la natura, e la chiama evoluzione combinatoria.

Negli anni Trenta è il sociologo Seabury Colum Gilfillan a tracciare un albero genealogico della nave, della canoa e della barca a vela, fino alla moderna nave a vapore. Secondo Gilfillan non vi è invenzione in senso assoluto, le innovazioni sono il prodotto delle innovazioni precedenti, ma non vi è nemmeno evoluzione nel senso letterale della parola, piuttosto vi è uno sviluppo graduale, una discendenza della forma. Certamente secondo Gilfillan si può tracciare una discendenza della forma per le navi. Una diversificazione per tipologizzazione. Possiamo citare Darwin sostenendo che un “...costante accumularsi di differenze vantaggiose è ciò che ha determinato tutte le più importanti modificazioni della struttura”11 e ha determinato un’evoluzione della tecnica.

Ma per ipotizzare l’esistenza di una evoluzione della tecnica serve qualche cosa in più: una dimostrazione che tutte le tecniche discendono da una Ur tecnica.

La tecnica si origina dalla cattura e dall’imbrigliamento dei fenomeni naturali, che poi diventa una ‘costante’ umana. Agli albori dell’era tecnica gli esseri umani catturavano e imbrigliavano i fenomeni direttamente: il potere del fuoco, il filo tagliente dell’ossidiana, la forza delle masse in movimento. È un tentativo organico, di proporre una visione tanto meccanica quanto biologica della tecnica. Certo le tecnologie non sono organismi biologici, ma sono produzioni di organismi biologici.

La tela del ragno è un meccanismo tecnologico?

L’Argyroneta Acquatica crea una tela subacquea a forma di campana e la fissa ad una pianta. Poi, utilizzando i peli dell’addome, trasporta dalla superficie delle piccole quantità di aria che poi rilascia nella tela in modo da crearsi una tana dove vivere. Non sono necessarie frequenti aggiunte di aria perché la struttura della tela permette uno scambio di gas con l’acqua circostante. L’utilizzo della bolla d’aria in questo aracnide, è una tecnica, un istinto o un comportamento agito da una pulsione? L’istinto è definito un comportamento automatico, cioè non frutto dell’apprendimento del soggetto. Si distingue dalla pulsione sessuale in quanto questa mira alla soddisfazione del proprio bisogno basandosi su schemi appresi tramite interazione continua tra individuo ed ambiente e senza obiettivi particolari.

Ora quando l’Argyroneta Acquatica costruisce il tunnel per unire la sua tela subacquea con quella della femmina, obbedisce a un istinto o segue una pulsione sessuale?

Abbiamo sviluppato in questo saggio un percorso, ipotizzando che la tecnica non sia un mero istinto ma sia il frutto di una pulsionalità sessuale che porta il soggetto tecnico a ibridarsi con il territorio che abita.

Certo le tecnologie sono intese come meccanismi piuttosto che come organismi; gli algoritmi sono meccanismi tecnici, gli orologi sono meccanismi tecnici, le leve sono meccanismi tecnici, sono composti di parti che interagiscono tra loro in maniera prevedibile. Ma se le osserviamo come combinazioni che a loro volta si prestano a ulteriori combinazioni, la tecnica, possiamo cominciare a vederle non solo come elementi indipendenti di un meccanismo, bensì come complessi di funzioni che interagiscono con altri complessi per formarne di nuovi: la tecnica costruisce se stessa organicamente da se stessa, e lo fa ibridandosi con i soggetti animati che la utilizzano.

Il cambiamento di prospettiva è quindi quello che prevede una visione della tecnica non come insieme di oggetti/processia sé stanti ma come insieme di oggetti/processi prodotti da una continua combinazione tra animato e inanimato, oggetto soggetto e territorio.

 

E qui arriviamo alla conclusione, ovvero alla presa di coscienza della potenza profetica che la tecnica possiede: l’invenzione tecnica può essere vista come un limen del possibile, perché essa stessa è il ‘possibile’. È una esplorazione, che implica una narrazione costruita tra una ortoprassi, il cercare, e una possibilità, la scoperta, che essa stessa sempre cela perché esiste sempre e comunque una ulteriore narrazione. Conoscere implicando la possibilità di descrivere e misurare il territorio percorso, deve la sua coerenza alla precedente prassi e misura, piuttosto che a una sua propria realtà oggettiva. Così la tecnologia fa accadere cose e produce narrazioni che trascendono il ‘qui ed ora’ e spostano il soggetto nel tempo e nello spazio producendo la profezia, ovvero il dire prima. La tecnica permette uno spostamento del soggetto agente nel tempo e nello spazio di tutti i territori possibili. La tecnica diventa un sistema di secondo ordine che produce sé stessa dagli effetti di sé stessa, in una circolarità ermeneutica che non trova giustificazione che in sé stessa.

Ma questa dimensione profetica del soggetto ibridato tecnologicamente può raggiungere i caratteri dell’assoluta alienazione.

Per molti lettori uno dei messaggi di Jean-François Lyotard12 è che le grandi narrazioni politiche e religiose sono crollate, e ciò che è restato è monistico, una unica fonte: la scienza e la tecnica. E le narrazioni si fondano sempre su un ordine escatologico profetico, che oggi è identificato con la profezia della tecnica che è quella di un universale miglioramento del soggetto umano. E questa dimensione sempre e comunque profetica della tecnica, dell’invenzione, dell’innovazione è la sua stessa potenza sessuale, poiché rinsalda il valore attraverso la pulsionale generazione di pragmatiche di comunicazione tra il sé e l’ambiente. Ma come detto in precedenza non è altro che una alienazione, in quanto nulla nella profezia è vero, solo la violenza della tecnica resta. A meno di quella ‘delusione liberatrice’ del soggetto che riesce a disaggregare le costruzioni della tecnica, là dove il soggetto tecnico crolla.

 
Note al testo
1 Bruno Latour, The Social Construction of Scientific Facts, Sage Publications, Beverly Hills, 1979, rééd. Princeton, Princeton University Press, 1986.
2 Enciclopedia Treccani, voce Ingegneria.
3W. Brian Arthur, La natura della tecnologia, Codice Edizioni, 2011, Trento, pag XXIII.
4http://www.fondation-langlois.org/html/e/page.php?NumPage=306
5R. Ascott. Telematic Embrace: Visionary Theories of Art, Technology, and Consciousness. Ed. and Intro. by Edward A. Shanken. Berkeley: University of California Press. 2007.
6Paul Crutzen, Benvenuti nell’Antropocene. L’uomo ha cambiato il clima, la Terra entra in una nuova era, Mondadori, 2005.
7Citato in C. Milanesi, Mort apparente, mort imparfaite. Médecine et mentalités au XVIIe siécle, Editore , Paris 1991, pp.15 sgg.
8Come giustamente mi ha fatto notare Antonio Lucci, Bruno Latour in “Non siamo mai stati moderni. Saggio di antropologia simmetrica” (Eleuthera edizioni, 1991), propone una visione critica verso il dualismo tecnica-natura. L’argomento meriterebbe un approfondimento, ed è ovvio che la tecnica e la natura hanno contorni molto sfumati tra loro, così come la stessa idea di tecnica è un prodotto della tecnica, ma in questo caso si è voluto utilizzare il potere comunicativo e analtico di un dualismo riduttivo.
9William Fielding Ogburn, Social Change, Dell, New York, prima ed. (1922), 1966, p. 104.
10Abbott Payson Usher, A History of Mechanical Inventions, prima ed. (1929), ristampa (1988), Dover, New York, p. 11.
11Charles Darwin, Sull’origine delle specie per mezzo della selezione naturale o la preservazione delle razze favorite nella lotta per la vita, 1859.
12Jean-François Lyotard, La condizione postmoderna: rapporto sul sapere, Milano: Feltrinelli, 1981.