Diritto e diritti dei bambini nell’opera di F.M. Dostoevskij.


Dalla cronaca giudiziaria al Diario di uno scrittore.

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Il presente intervento pone in luce il legame che intercorre tra la raffigurazione poetica della figura del bambino nell’opera di F.M. Dostoevskij e il materiale cronachistico, giudiziario, aneddotico, che costituì il laboratorio propedeutico alla stesura dei romanzi. L’analisi ha come punto di partenza la doppia declinazione del concetto di diritto/diritti, intendendo esso come macrotema che comprende sia le incursioni dostoevskiane nel mondo della cronaca, e da ‘spettatore’ e da pubblicista, che l’enucleazione di un’embrionale concezione dei diritti dell’infanzia. A tale scopo prenderò in considerazione il Diario di uno scrittore (Dnevnik pisatelja 1873) che comprende gli articoli che Dostoevskij pubblicò mensilmente per la rivista Il cittadino (Graždanin); essi sono puntellati da riflessioni, aneddoti, pensieri sparsi che incalzano il problema dell’infanzia da molteplici punti di vista. È in questo spazio che lo scrittore sembra enucleare una riflessione su ciò che concerne lo statuto del bambino dal punto di vista giuridico, sociale, seppur limitandosi a delle considerazioni personali.

Nel Diario e nei numerosi quaderni e taccuini, Dostoevskij raccolse meticolosamente le impressioni ricevute dalle frequentazioni dei processi giudiziari, di cui era appassionato; era un vero e proprio momento propedeutico, di acquisizione del dato grezzo, reale, prima del lavoro di rimodellamento e di adattamento narrativo. È nota del resto la capacità dell’autore di sapere trarre un unicum coerente dal materiale eterogeneo che spazia dalla cronaca nera e giudiziaria, appunto, all’aneddotica, all’agiografia, riuscendo a ricucire, come in un patchwork, tutti i contributi, in modo che ciascuno mantenga nell’unità, il suo valore individuale, o per usare un termine bachtiniano, la pluralità polifonica. È questo l’approccio con il quale l’autore utilizzò la mole ingente di appunti collezionata soprattutto durante l’attività pubblicistica che risale alla fondazione, insieme al fratello Michajl, delle riviste Tempo (Vremja) e L’epoca (Epocha), che vissero con vicende alterne sino al 1865, e quella sopracitata, del Diario. L’apporto più significativo per la rivista fu la pubblicazione di Umiliati e Offesi (Unižennye i oskorblennye, 1861) e di Memorie dalla casa dei morti (Zapiski iz mërtvogo doma, 1862); la prima opera, un feuilleton salutato con grande entusiasmo, contiene una della più struggenti raffigurazioni del bambino degli esordi letterari di Dostoevskij, la piccola Nelly, una bambina povera ed orfana che viene adottata da uno scrittore in bassa fortuna, Vanja, un personaggio che ha un evidente legame autobiografico con l’autore; per ciò che concerne lo scavo psicologico, la riflessione sulla precoce intelligenza dei bambini sofferenti, sugli effetti e i processi di metabolizzazione del dolore, il precedente letterario più significativo è Netočka Nezvanova1, (1849) opera rimasta incompleta per via della cosiddetta “morte civile” dell’autore in seguito all’arresto e alla reclusione avvenuta per le ben note accuse di apparentamento politico al circolo Petraševskij.

Il legame tra il materiale pubblicistico e il Diario di uno scrittore è forte, e «parecchie delle idee espresse nelle due riviste […] ritornarono nel Diario e ciò fu una conferma della loro appartenenza a Dostoevskij anche se nelle due riviste degli anni sessanta apparvero in note anonime»; (Lo Gatto 1981:XVIII) per le suddette ragioni e per via delle profonde relazioni che intreccia con i romanzi, con i racconti e con l’intera attività di scrittore-giornalista quest’opera non può dirsi soltanto giornalistica, ma anche artistica,(ibid:XI) Tale legame, che peraltro si innesta coerentemente con l’intera opera dostoevskiana dagli anni ‘70 in poi, e, retrospettivamente con la produzione precedente, contribuisce ad arricchire di nuovi elementi l’esegesi dell’opera dostoevskiana; dalla lettura di questi due importanti documenti, con il compendio degli appunti sparsi nei quaderni e nei taccuini, è possibile tracciare un filo conduttore che porta al cuore di un questione cruciale per Dostoevskij, e cioè quella dell’infanzia ferita e delle sue molteplici implicazioni etico - filosofiche. In questo spazio, che si trova a metà tra il dato giornalistico e la sua rielaborazione nell’impianto narrativo, Dostoevskij pone il soggetto ‘bambino’ al centro delle questioni, in definitiva, poetiche: il bambino è, come asserì puntualmente Ivanov, «al centro della sua dottrina del mondo e dell’uomo», (1994:106) e la violenza contro i bambini è addirittura un leitmotiv per Steiner, (2005:196) non prima di essere stato un pungolo morale, un’urgenza sociale tale da meritare un posto apicale nell’ambito della sue riflessioni.

Il mondo infantile non aveva voce, era un’istanza muta, che subiva passivamente, da inerme, i duri colpi che la società infliggeva. Il bambino era equiparato allo status di adulto2 da un punto di vista giuridico e si è ancora lontanissimi da una seppur minima enucleazione dei diritti dei bambini (basti pensare che soltanto intorno al 1880 furono presi i primi, timidi, provvedimenti nel campo della tutela del lavoro infantile, frutto della spinta riformatrice voluta da Alessandro II) (Cigliano 2001:42).

Stupri, assassini, violenze e abusi di ogni genere affollavano i bollettini della Russia tardo-ottocentesca e fornivano un quadro esasperato della condizione infantile. Il problema dell’infanzia ferita, della sofferenza dei bambini fu affrontato da Dostoevskij non soltanto durante tutto l’arco della sua attività narrativa,ma anche nell’ambito di una personale ed intima elaborazione, al punto che esso può essere annoverato tra i capisaldi della teoresi dostoevskiana; esso peraltro attraversa, con una fisionomia ‘a macchia di leopardo’, la copiosa produzione narrativa, dall’esordio (Povera gente, -Bednye ljudi- il primo romanzo), all’ultimo capolavoro (I Fratelli Karamazov -Bratʹja Karamazovy-); il capitolo iniziale del Diario, dal titolo L’ambiente (Dostoevskij 1981:15), con il quale esordisce nel 1873, presenta l’analisi di svariati casi giudiziari che vedono come protagonisti bambini vittime di violenze e abusi di vario genere e che generalmente si concludono con troppo facili e frettolose assoluzioni degli aguzzini; i primi casi di cui da testimonianza il Diario sono estremamente esemplificativi di questa prassi scandalosa: il primo si riferisce ad una bambina che assiste al suicidio della madre, a sua volta vittima del marito; il seguente racconta di una madre violenta che si adopera per far placare i pianti della figlioletta di dodici mesi mettendo le manine sotto l’acqua bollente di un samovar; questo terribile gesto diventa, per Dostoevskij, il pretesto per muovere una critica serrata al sistema giudiziario e alle teorie in voga presso gli avvocati, i quali dirottavano le cause della atrocità sugli innocenti all’’ambiente’ piuttosto che alla responsabilità individuale; le assoluzioni decretavano, di fatto, uno squilibrio giuridico a svantaggio dei bambini, ne duplicavano il ruolo di ‘vittima’ che, non godendo di nessun diritto, veniva messa a tacere sia dalle istituzioni che dalle famiglie compiacenti.

Lo sdegno di Dostoevskij fa appello non solo ad un’obiettiva disfunzione del sistema giudiziario, ma soprattutto alla responsabilità individuale, elusa grazie agli abili sofismi degli avvocati e alla generica incapacità di «chiamare il male col suo vero nome» (Ibid.:19). Egli sostiene che in sede di giudizio, (e qui l’autore amplia evidentemente il campo semantico del ‘giudizio’ di mera competenza giuridica), la compartecipazione emotiva, la ‘compassione’ cristiana, non debbano minimamente obliterare il giudizio obiettivo e che la condanna debba coinvolgere sia il condannato che il giudice, nella prospettiva di un’assunzione etica reciproca.

Il reo di delitti contro l’infanzia veniva, in definitiva, giudicato in base a quella “filosofia dell’ambiente” che assolve l’uomo e ne fa uno strumento passivo di un male reso quasi ‘volatile’ e astratto.

Di tutt’altra sostanza è, come Berdjaev ha ampiamente dimostrato, ‘il male’ per Dostoevskij, essendo frutto di quella concezione ontologica, originaria della libertà, preliminare ad ogni scelta morale, che pone l’uomo libero nella scelta di aderire tanto al bene quanto alla sua aperta condanna. (Berdjaev 1991: 89-90)3 Ma il male è anche ‘reale’ produce effetti reali, delitti e conseguenti castighi; questo punto cruciale della teoresi dostoevskiana è indissolubilmente legato al grande problema della sofferenza innocente, così come si evince dalla lettura di un’altra voce autorevole della critica dostoevskiana, Pareyson: alla sofferenza dei bambini, questi assocerà sempre la responsabilità collettiva, degli uomini (intesa come responsabilità della colpa e del peccato), nel tentativo di conciliare la scandalosa impasse della sofferenza innocente. La ricerca di una risposta a questo irriducibile mistero determinò la pervicace scelta di Dostoevskij di indagare a tutto campo la questione infantile.

Nel 1873, quindi nello stesso anno della stesura dei primi numeri del Diario, Dostoevskij «visita la sezione di delinquenti minorili nel castello della prigione di Pietroburgo e raccoglie materiale sullo stato psichico del bambino, gettato sul lastrico»; (Grossman 1968:563) tenta di raccogliere dati, impressioni, di fare esperienza reale di quanto possa essere nociva e controproducente una punizione che non ponga come problema precipuo le cause dell’abbandono dei bambini, prima che il loro raddrizzamento morale. Del Diario del Gennaio ‘76, è la descrizione di una visita alla colonia minorile di Ochta, presso la quale ha occasione di vistare i giovani corrigendi e di intrattenersi con questi “angeli caduti”(Dostoevskij: 229) come ebbe a definirli; nella colonia la vita dei ragazzi è disciplinata da ferree regole e abitudini, su di essi si esercita quella potere disciplinare che li rende docili e apparentemente ben disposti a negoziare il loro cambiamento interiore; le ore trascorse nella colonia sono scandite da precisi gesti, da orari e abitudini ‘sane’ come le attività di gruppo, la lettura, i dialoghi con il precettore. Ma per Dostoevskij «queste anime infantili hanno visto quadri cupi e si sono abituate a forti impressioni, che resteranno in loro, certo, in eterno e li perseguiteranno in sogni terribili per tutta la vita»; (ibid.:231) e conclude con un’amara constatazione: «in ogni caso i mezzi per la trasformazione delle anime viziose in anime pure sono per ora, secondo me, insufficienti». (ibid.:241) Sono gli anni in cui progetta un romanzo i cui protagonisti siano i bambini, la società corrotta, il denaro come istigatore di potere e perdizione; è l’impalcatura concettuale de L’adolescente, (Podrostok) il romanzo che vede la luce nel 1875 con i suoi primi cinque capitoli e nel quale l’autore condensa tutta una congerie di pensieri già maturati peraltro sul Diario, in merito alla questione delle cosiddette “famiglie casuali”, cioè quelle famiglie sfaldate, incapaci di trasmettere valori saldi, idee forti, presso cui spesso bambini sventurati o orfani trovavano alloggio. (ibid.:984) In questo romanzo il giovane adolescente Arkadij Dolgorukij, figlio di un rapace aristocratico e adottato da un servo, vive una vera e propria crisi d’identità, maturata in seguito all’attaccamento ad un’ ‘idea’ perversa, cioè quella di diventare un novello Rotschild pur di cancellare l’onta della sua origine sociale.

I bambini poveri sono per Dostoevskij un “problema terribile”(Dostoevskij 1997:34) che esige una seria presa di coscienza. Dalla copiosa schiera di ‘umiliati e offesi’ che egli ritrasse con lucidità sin dagli albori della produzione narrativa, emergono due o tre punti esemplificativi della sua capacità di rappresentazione della tipologia del ‘bambino povero’: la bambina che vaga in preda alla disperazione per le vie di Londra, (che l’autore visitò nel 1862) in Note invernali su impressioni estive (Zimnie zametki o letnich vpečatlenijach 1863), (Dostoevskij 2008:56-57)4; il personaggio della piccola Nelly, protagonista di Umiliati e offesi (apparso a puntate sulla rivista Tempo) e il racconto, apparso nel Diario di Gennaio, parte seconda, dal titolo Il bambino di Gesù all’albero di natale (Mal’čik u Christa na elke 1876) tra visione e documento di denuncia sociale: protagonista è un bambino che ‘fa la manina’, «è questo un termine tecnico, che significa mendicare” e […] l’hanno inventato i ragazzi stessi» (Dostoevskij :223); il racconto del bambino elemosinante, che muore tra le morse del gelo, in preda delle allucinazioni in un angolo sudicio di strada, è preceduto da un’introduzione in cui l’autore tratteggia velocemente un quadretto sociale di bambini che lavorano in fabbrica, accolti nelle bettole in cui regnano «vodka sporcizia e depravazione» (ibid.:224) e lì vengono iniziati all’alcool, e ad una vita vagabonda. Non è soltanto la povertà ad essere approcciata con piglio forte e deciso, al fine di sollevare una questione ‘etica’ prima che legislativa; c’è la tortura, fisica e psicologica, c’è l’attentato all’innocenza, lo stupro, la violenza domestica: nel Diario di Febbraio, poco dopo avere partorito questa storiella, Dostoevskij ribadisce di «non essere un giurista» (ibid.:278), ma che l’evidenza delle difformità e delle falsità che prendono campo durante i processi che hanno come ingiusti protagonisti i bambini, specie nella fase istruttoria, non può essere ignorata. La sua invettiva s’infervora al massimo grado quando egli affronta la questione del più noto tra i processi che vengono riportati nel Diario, il processo Kronenberg (ibid.) del quale venne a conoscenza dalle informazioni delle cronache locali, in particolare da La voce (Golos); la causa riguarda un padre che ha frustato la figlia di sette anni con le verghe, delle «fruste che si usano per le punizioni militari» (Dostoevskij 1980:288). L’avvocato dei Kronenberg, Spasowicz, condusse ad arte una requisitoria che mitigò pesantemente le colpe del padre colpevole di ‘torture’, dirottando l’attenzione dei giurati piuttosto verso la bambina, di cui si manipolò persino l’età, il carattere, le abitudini, facendola apparire «una ragazzina vivace, dal viso roseo, ridente, furba, viziosa di vizi nascosti». (Dostoevskij:288) Scavando nella vita di Kronenberg, si scopre che la piccola è figlia illegittima e che ha vissuto molti anni presso un educatore protestante a Ginevra prima di trasferirsi a Pietroburgo; il rapace avvocato Spasowicz riesce, con abili sofismi, a far apparire il reo come un benevolente padre che non soltanto ha naturalizzato la bambina in quanto figlia illegittima, ma l’ha accolta nonostante quest’ultima sembrasse «inselvatichita, […] corrotta» (ibid.:293), parole strumentalizzate ad hoc per impadronirsi della coscienza dei giurati e neutralizzare la loro naturale compassione verso la piccola vittima.

È interessante come, d’ora in poi, Dostoevskij utilizzi la parola ‘martirio’, e non già sevizia, violenza e sinonimi; con quest’accezione, che evidenzia l’efferatezza e l’oltranza di un gesto che un di più alla punizione ordinaria, che pure era ammessa dalla pedagogia dell’epoca, egli suggerisce un’analogia, feconda di ulteriori approfondimenti, tra le pratiche punitive riservati agli adulti e quella dei bambini; nella fattispecie la punizione cui fa riferimento è quella riservata ai militari in caso di insubordinazione e prevede l’uso di frustate effettuate con le medesime verghe usate sulla bambina; le parole dell’autore in merito sono particolarmente sferzanti: in un immaginario dialogo con l’avvocato dice:

Voglio far sapere al signor Spasowicz che in Siberia, all’ospedale, nelle camere dei detenuti, mi è capitato di vedere le schiene degli ergastolani subito dopo che erano stati puniti con i bastoni a punta, dopo che avevano ricevuto cinquecento, mille e duemila colpi in una sola. L’ho viste diecine di volte. Certe schiene, credetemi Signor Spasowicz erano gonfie quattro o cinque centimetri. […] Ora io vi domando, signor difensore: anche se i bastoni non rappresentano un pericolo alla vita e non cagionano il minimo danno, sia può mai dire che una punizione simile non sia dolorosa, e non si tratti di sevizie? Vi par mai possibile che la ragazzina non abbia sofferto durante quel quarto d’ora sotto le terribili verghe, gridando: “Papà!, Papà!”? Perché dunque negate le sue sofferenze, il suo martirio? […] Ma ho già detto sopra da che deriva una tale confusione; ripeto ancora: la questione è che il nostro codice penale, a quanto ha asserito il signor Spasowicz, è oscuro, incompetente e insufficiente per quanto riguarda il concetto e la definizione di ciò che si debba intendere per sevizie. (ibid.:300)

Dostoevskij evidenzia come le lacune della legge si riversino sugli esseri più deboli ed indifesi, e gli abusi impuniti trovino una via di fuga tra i cavilli di abili avvocati. I bambini ne sono vittime preferenziali, essendo, in assoluto, gli inermi per eccellenza e cioè coloro i quali non avendo appunto ‘nessuna arma’ si trovano in una posizione di assoluta asimmetria nei confronti di chi usa loro del male5. Dostoevskij usa l’espressione «oltrepassare le colonne d’Ercole» (ibid.:304) per evidenziare la tracotanza usata nel giudicare delle sofferenze dei bambini, senza una coscienziosa riflessione etica, una regolamentazione, addirittura un semplice buon senso, come sembrerebbe suggerire nelle ultime pagine dedicate al processo Kronenberg.

La normativa era sottoposta, pertanto, alla libera interpretazione dei fatti, e i bambini diventavano quelle “once e quei pesi” che posti sulla bilancia della giustizia decretavano il successo o meno delle arringhe giudiziarie. Non passa molto tempo da queste accorate pagine, che le pagine del Nuovo tempo (Novoe Vremja) riportano un altro scabroso caso di violenza domestica a danno di tre bambini Nikolaj, Aleksàndr e Ol’ga, rispettivamente di tredici, dodici e undici anni (ibid:985). Gli imputati sono dei proprietari terrieri di Peremysl’, i coniugi Džunkovskij i quali hanno adottato misura di correzione nei confronti dei figli minori crudeli e abominevoli a cominciare dal chiuderli dentro il bagno, lasciarli al freddo in una camera fredda senza cibo per ore ed ore, picchiandoli ripetutamente con verghe, rami secchi, con le fruste per i cavalli e tutto ciò che capitava a tiro, tanto che«per deposizione del bambino Aleksandr, la conseguenza fu che la schiena fece male al bambino per ben cinque giorni dopo una di queste esecuzioni» (ibid.); tutta la vicenda ricalca, nella sua fisionomia generale, nei protagonisti e nelle dinamiche, tutta una casistica di eventi che, lungi dal costituire un’eccezione, sembra fare parte di un’inquietante quotidianità, al punto che lo stesso autore del Diario, che è ormai avvezzo a tali scenette crudeli può affermare che «nelle leggi scritte non c’è nessun articolo che consideri delitto il comportamento pigro, incapace e senza cuore dei padri verso i figli. Altrimenti bisognerebbe condannare mezza Russia e anche molto di più.»6(ibid.:988) E altrove: «nove decimi della Russia frustano». (ibid.) Ma i coniugi , come i Kronenberg, sono stati assolti, e non vi è la minima preoccupazione per ciò che concerne la tutela dell’infanzia, non già in termini di un’enucleazione di diritti, fatto evidentemente prematuro, ma in un discorso etico che permetta di porre le basi per una pratica di tutela. Dostoevskij tentò di supplire a questi vuoti ‘istituzionali’, per così dire, puntando la sua attenzione sulla famiglia russa, fulcro e depositaria dei veri valori; non fu pedagogo ma lo fu molto più dei pedagoghi dell’epoca, quando riuscì semplicemente a ribaltare un discorso che era insito nella forma mentis di una società in cui il ‘fanciullo’ era pensato come un adulto, con le conseguenze di cui prima.7 Nell’ultima fase della produzione narrativa è proprio l’immagine del bambino martire ad essere preponderante e a costituire un punto chiave per la comprensione dell’ultimo grande capolavoro di Dostoevskij, I fratelli Karamazov. Il piano del romanzo viene tracciato nei taccuini preparatori a partire dal luglio 1878 (Pascal 1987:343) e quest’opera è probabilmente quella in cui in maniera più marcata il dato cronachistico non solo accende la scintilla creativa, ma intreccia in con il romanzo un rapporto osmotico. Il problema del male, il conflitto di sangue, culminato qui nell’azione suprema del parricidio, prende infatti spunto da un altro episodio di cronaca nera che vedeva come protagonista un certo tenente Iliskij, accusato di aver assassinato suo padre per godere dell’eredità. Questo rimarrà evidentemente come il centro generatore del delitto che permea la terzultima parte del romanzo nel capitolo Un errore giudiziario nel quale Dmitrij Karamazov viene accusato dell’efferato delitto del padre, in un’incalzante sequenza di scene che riproduce alla perfezione, sul piano mimetico, una requisitoria in aula. Ma il rapporto tra il Diario e il romanzo diventa ancora più stringente allorquando Dostoevskij frappone, tra la requisitoria di Ivan Karamazov, che occupa buona parte del secondo capitolo e la risposta dello starec Zosima, la questione dei bambini ‘martiri’, entro una complessa architettura che snoda su multipli livelli il problema esiziale della sofferenza innocente. Il Diario, con i suoi stralci di cronaca, e i taccuini, con i relativi lacerti compositivi, costituiscono il laboratorio per i FratelliKaramazov; con questa particolare accezione, è il romanzo, in un procedimento inverso, (e reciproco) a restituire al Diario il suo giusto merito, e raccoglierne tutte le rifrazioni, arricchite dell’ ‘idea’, nel senso che Berdjaev dette a questa parola, e cioè dell’essenza intima del pensiero del personaggio, del sostrato ‘ontologico’ e mai solo psicologico della sua visione del mondo. I ricordi del processo Kronenberg, in questo senso non sono mai svaniti e a maggior ragione stanno maturando in un disegno più ampio ed organico; da un appunto tratto dai quaderni del ’74- 75, la vicenda della bambina torturata viene proprio messa in relazione, in tempo ancora distanti dall’elaborazione del piano generale dei Karamazov, con il problema del male invendicabile dei piccoli:

 

Luigi XVIII. Questo bimbo dev’essere torturato per il bene della nazione. Gente non competente. E un dio. Nell’ideale la coscienza sociale doveva dire: moriamo dunque tutti, se la nostra salvezza dipende solo da un bimbo tormentato, e non accettare invece questa salvezza. Questo non si può, ma la suprema giustizia dovrebbe essere quella. La logica degli avvenimenti reali, correnti, dei fatti del giorno non è quella della suprema giustizia dell’ideale astratto, sebbene questa giustizia ideale sia sempre e dovunque l’unico principio della vita, lo spirito della vita, la vita della vita. (Dostoevskij:267)

Ecco come il teorema di Ivan Karamazov, il cavillo che mise in crisi la ‘mente euclidea’ dell’ateo e raziocinante fratello, si presenta preannunciato da una riflessione su un fatto realmente accaduto, di cui i giornali dell’epoca diedero ampia notizia, e che dalle aule giudiziarie giunge come collettore semantico dell’opera-testamento. Da una lettera che Dostoevskij inviò a Nikolaj Alekseevič Ljubimov arriva la conferma che le parole di Ivan Karamazov non costituiscono affatto una stilizzazione letteraria, che era pur presente, a diversi livelli nella ‘ritrattistica’ dei bambini dei romanzi, ma sono tutte fondate sulla realtà, e che «tutti gli episodi che si riferiscono ai bambini sono fatti accaduti […] e sono stati pubblicati dai giornali».8 Così Ivan Karamazov prima di snocciolare le terribili scenette dice di «aver raccolto moltissimo materiale sui bimbi russi» (Dostoevskij 2005:336); egli racconta di un episodio, letto nell’Archivio o nel Passato,accaduto ai tempi della servitù della gleba, in cui un generale latifondista aizza la muta di cani contro un bambino di otto anni, il figlio della servitù, perché aveva accidentalmente ferito la zampa del suo levriero; il bambino tenta di salvarsi dalla furia del branco ma finisce per essere sbranato sotto gli occhi compiaciuti del generale (ibid.:324-325) e quelli disperati della madre. Continua citando una vicenda raccapricciante che presenta una forte analogia con la suddetta vicenda dei coniugi Džunkovskij: una bambina, figlia di rispettabili borghesi che veniva sottoposta a torture inenarrabili; i genitori la picchiavano, la frustavano, e la rinchiudevano per tutta la notte dentro la latrina e in seguito le impiastricciavano il viso con i suoi escrementi e la costringevano a mangiarli. Valgono questa sofferenze il prezzo dell’armonia universale? No, e pertanto «io restituisco il biglietto, […] perché la solidarietà nel peccato, fra gli uomini, io la comprendo e comprendo anche la solidarietà nelle sanzioni, ma non già la solidarietà, nel peccato, con i bambini». (ibid.:327)

Nell’invettiva di Ivan, confluiscono suggestioni di materia filosofica, etica, giuridica, compresi nell’ordine di un discorso essenzialmente tragico, e se egli ha preso proprio i bambini e soltanto loro per circoscrivere la sua invettiva contro il creato, è per dare un colpo d’ala ad un umanitarismo generico e filantropico che si limitava a stilizzarli e a descriverne esteriormente le vicende di dolore. In ciò Dostoevskij riconosce tutti i suoi limiti e si limita a prendere le distanze, come si è cercato di mettere in luce, dalle ‘ricette’ giuridiche e legali; al contempo riesce ad essere pienamente consapevole delle sue possibilità quando si affranca, per così dire, dal ‘realismo’europeo9 e della tradizione ottocentesca da cui pur attinse, riuscendo a collocare le vicende umane dei bambini «al centro dei grandi problemi dell’uomo, quelli che riguardano il destino e il senso della vita.»(Pareyson 1993:170)

È ragionevole sostenere, pertanto, che il debito’europeo’ del romanzo dostoevskiano, approcciato nei termini dell’infanzia ferita, ha dei limiti evidenti nel momento in cui Dostoevskij isola il problema della sofferenza dei bambini come chiara ed inequivocabile ‘aporia’ filosofica e religiosa, come si evince non soltanto dal celebre rifiuto di Ivan Karamazov: “se la futura armonia deve costare il prezzo anche di un solo piccolo battuto, io restituisco il biglietto”, ma anche da un coinvolgimento personale di Dostoevskij il quale vede nei bambini un riflesso della immagine di Cristo (il principe Myškin, l’ “Idiota” figura cristologica viene appunto dipinto come un sempliciotto, un bambino tra i bambini).

Il male assoluto, il nichilismo più greve, e l’anticristo per eccellenza, incarnato nel laido Stavrogin, non a caso si misura con la forma più abietta di sfregio dell’innocenza: lo stupro perpetrato ai danni di una bambina, un episodio che per Dostoevskij evidentemente tocca il limiti della “dicibilità” e viene accennato con rara asciuttezza descrittiva ma con una profondità di intenti sconosciuta al romanzo europeo.

Una copiosa teoria di bambini afflitti, battuti e vessati anima le pagine dostoevskiane; la loro presenza non è solo un energico monito al lettore e alla società, ma pone un serio problema etico e di rappresentazione/rappresentanza del bambino nel suo essere-nel mondo come categoria a sé stante, che può evidentemente raccontar-si non soltanto attraverso il dolore e la sofferenza ma soprattutto in termini affermativi e performativi, orientati, cioè, nel senso di un ruolo attivo nei confronti del mondo degli adulti, un ruolo che per l’autore russo è in ultima istanza, catartico e salvifico10.

 

Bibliografia

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Note con rimando automatico al testo

1In Netočka, protagonista del romanzo omonimo, sono delineati parecchi dei caratteri che matureranno nella figura di Elena/Nelly; una perspicacia precoce, nonostante la giovane età, caratterizza la psicologia della giovane, vissuta nella miseria e nell’abbandono genitoriale, costretta ad approcciare quel «dolore eterno, intollerabile» (Dostoevskij 2003:30) che marchia ingenerosamente l’infanzia e ne dirige lo sviluppo interiore. Entrambe, vittime di quella “casualità” che toccava in sorte ai bambini orfani, vivono il complesso dramma della perdita dell’identità, sublimando il terrore di un mondo ingiusto in un vissuto interiore denso e visionario, ricco di paradossale amore per gli altri, al limite di sconfinamenti morbosi. Tale contrasto, nel caso di Netočka, è portato ad esiti parossistici proprio nel momento in cui diviene figlia adottiva di una benestante famiglia e viene a contatto con il suo simmetrico alter ego, la principessina Katja, una paffuta e florida ragazzina, amata e vezzeggiata dai familiari e da tutto l’apparato di domestici ed educatori. Si è molto dibattuto sul carattere ‘omoerotico’ ed eccessivamente sensuale delle effusioni che Netočka riservava alla principessina; a mio parere questo aspetto andrebbe interpretato come un sapiente e calibrato “faccia a faccia” costruito dall’autore per esasperare la contrapposizione tra le bambine su diversi livelli: fisico, sociale, psicologico, “identitario”. Netočka è povera, smunta, gracile, insicura; la principessina è ricca, ben educata gaia, florida, di una bellezza e grazia incantevoli. L’approccio contrastivo è finalizzato non solo a richiamare l’attenzione e la sensibilità del lettore ma anche e soprattutto ad inquadrare il problema della sofferenza infantile nelle sue varie sfaccettature, dal punto di vista di un’inedita e affinata psicologia dei bambini, e viepiù in direzione di una collocazione più filosoficamente matura che Dostoevskij svilupperà nel corso della sua carriera poetica.

La stessa identità di Netočka si presenta labile già nell’onomastica: il nome e il cognome di Netočka infatti contengono «nel simbolismo fonico, che emerge fortemente dalle rispettive sillabe iniziali» (Luporini 1981:56) l’essenza della negazione identitaria; «esse, isolate, indicano di per sé una negazione. Nel nome c’è l’assonanza con net necego (assolutamente nulla), la nullità, l’assenza dell’essere. Nel cognome troviamo ancora la negazione, questa volta unita alla voce del verbo zvat’ (chiamare)» (ibid.)

Il quadro giocato sui toni dei “contrasti” e sulla negazione non a caso è destinato a dissolversi nel momento in cui Netočka, ormai donna, può rivisitare il suo passato sdoppiato, speculare, e perciò’ ‘negato’, in quanto vissuto sulla pelle altrui, ed affermare, in ultima istanza: «le nostre storie sono inseparabili. Il suo romanzo è il mio romanzo. […] Ora il mio racconto procederà più lesto. La mia vita era caduta in una specie di ristagno, e fu come se tornassi a destarmi quando avevo già compiuto sedici anni». (Dostoevskij 2003:120)

2In uno studio sui bambini dostoevskiani, W. W. Rowe enfatizza la propensione dell’autore a descrivere bambini che sono tali soltanto anagraficamente ma che «are either naturally (trough prematurely awakened sensibility) or artificially (trough victimization) adult-like»(Rowe: viii). Nel capitolo The child as adult, opera un’interessante disamina dei casi in cui il bambino viene psicologicamente considerato alla stregua di un adulto, fino ad arrivare alla vera e propria manipolazione dell’età che, come nel caso di Kolja Krasotkin, ne I fratelli Karamazov, si opera a livello dell’onomastica: «there is nearly uncanny symmetry of age metamorphosis inherent in the above scene [Kolja di fronte ad Iljuša agonizzante sul letto] Kolja is firts called “Kolja” and then, suddenly, when the psychological devastation is described ”Krasoktin” » (ibid.:45).

3Così Berdjaev in proposito: «Al problema della libertà si ricollega in Dostoevskij quello del male e della colpa. Il male è inesplicabile senza la libertà. […] Senza questo legame con la libertà, non esiste la responsabilità del male. […] Dostoevskij ha lottato tutta la vita contro una concezione esteriore del male. I suoi romanzi e le pagine del Diario di unoscrittore sono pieni di processi penali. Questo strano interesse per il delitto e il castigo è dato dal fatto che tutta la costituzione spirituale di Dostoevskij insorgeva contro la spiegazione esteriore del male e del delitto come frutto dell’ambiente sociale.» ( Berdjaev: 89-90)

4La descrizione di questa anima persa nella metropoli inglese è diventata una delle immagini più toccanti della prosa dostoevskiana, in virtù della sua aderenza al vero, e per essere un ‘documento umano’ di eccezionale crudezza: «a Hay market ho visto madri che portavano le loro figlie minorenni a imparare il mestiere. Fanciulline di neanche dodici anni vi afferrano la mano e vi invitano ad andare con loro. Ricordo che una volta, vidi una bambina di non più di sei anni, tutta stracciata, lurida, scalza, emaciata, e che era stata picchiata: il corpo che s’intravvedeva tra gli stracci era coperto di lividi. […] Ma quello che sopra ogni altra cosa mi colpì fu che camminasse con una tale aria di dolore, con una tale irrimediabile disperazione sul volto, che il vedere questa creaturina che già portava dentro di sé tanta maledizione e disperazione era persino in qualche modo innaturale e tremendamente doloroso.» (Dostoevskij 2008:56-57).

5Si veda in proposito l’analisi che Luigi Pareyson fa della sofferenza “inutile” dei bambini: «chi la vive è […] ridotto al puro stato di paziente, non può ottenere il nome di eroe perché non ‘agisce’, ma certamente quello di martire, perché appunto ‘patisce’». (Pareyson 1993:173)

6 Nel Diario del Dicembre 1877, a proposito del processo contro la Kornilova che aveva gettato la sua piccola dal balcone: «E una tale donna viene assolta. Se in simili evidenti casi di crudeltà contro i bambini da noi assolvono, che cosa bisogna aspettarsi in altri casi meno aspri, più complessi?»

7 Quest’attitudine, in molti loci dei romanzi, viene utilizzata per descrivere le morbose attenzione degli adulti nei confronti delle bambine, altro tema ricorrente della prosa di Dostoevskij. Il bambino preda di assalto sessuale è un’altra ‘tipologia’ riscontrabile in gran parte dei suoi romanzi e nei racconti. Il romanzo che ne offre probabilmente la più cruda rappresentazione è I Demonî.

8Questo è parte del contenuto della missiva datata 10. V.1879 inviata a Nikolaj Alekseevič Ljubimov; qui Dostoevskij espone per sommi capi il contenuto del capitolo Pro e Contra, in cui vengono descritti numerosi casi di torture e violenze sui bambini.

9 Particolarmente frequentata dalla critica è la comparazione tra Dickens e Dostoevskij, specialmente per ciò che riguarda le vicende di dolore dei bambini; Punter sostiene che la raffigurazione del male, in Dickens, si concretizzi nell’immagine dell’innocenza in pericolo, e come ciò avvenga attraverso un progressivo avvicinamento, quasi un accerchiamento, da parte del personaggio maligno, grottesco, attorno ai bambini; (Punter 1980:187) non a caso ciò emerge in modo particolare nella vicenda della piccola Nell, protagonista del romanzo The old curiosity shop, del 1841, che ricorda e non soltanto per omonimia, la piccola Nelly, precedentemente citata come personaggio fondamentale di Umiliati e offesi.
Già Punter, adducendo come ulteriore esempio il caso di Oliver Twist, puntualizza che, «non si tratta di realismo psicologico con le sue mezze luci di consapevolezza e acquiescenza, bensì di sensazionalismo radcliffiano, in cui tanto l’innocenza che il male, sono profusi a dosi massicce per rispondere ai gusti del pubblico»; (
ibid.:188) in questo passo si evidenzia dunque il nesso prevalente con il melodramma e il sensazionalismo del gotico urbano, e il nome di Ann Radcliffe ricorre come fondamentale punto di riferimento; la scrittrice fu, a dire il vero, come riportato dai biografi dostoevskiani più accreditati, la ‘matrice’ psicologica di gran parte dell’ immaginario dostoevskiano, risalente addirittura all’infanzia dell’autore russo, quando la madre cercava di conciliare il sonno del figlio raccontando queste ‘favole’, e produceva nella fervida immaginazione di Dostoevskij bambino quasi un effetto morboso, un’eccitazione smodata che evidentemente s’impresse in maniera indelebile nella sua memoria (episodio particolarmente dettagliato nella biografia di Avrahm Yarmolinskij).
Nonostante i riferimenti ‘letterari’ e l’immaginario siano comuni, Dostoevskij impresse un colpo d’ala alla tradizione di riferimento e segnò, come rivela anche Rowe attraverso una comparazione di diversi approcci critici, una distanza dal sensazionalismo dickensiano e dalla letteratura “gotica”: «It is a common place of Dickens criticism to compare the death of little Nell (
The old curiosity shop) with this deathbed drama» (Rowe: 46) [il riferimento è qui alla scena de I Fratelli Karamazov in cui il piccolo Iljuša è sul letto di morte]. «Aldous Huxley asks why Ilyusha’s suffering and death are so “agoniznly moving” compared to Dicken’s treatment of Little Nell which “leaves us not merely cold bur derisive”». (ibid.: 48) L’analisi di Rowe mette in luce la differenza tra i due autori proprio in merito al trattamento psicologico dei bambini e si compendia nella citazione di due voci critiche, Futrell e Simmons: nella visione critica del primo l’innocenza di Nelly è “sostanziale” e comparabile ad un’ideale di innocenza, elemento che in Dickens è ancora una volta associato ad un eccesso di sentimentalismo; in Simmons la differenza viene enucleata sul concetto di “thinking children” (“bambina riflessiva” viene definita proprio Nelly in Umiliati e offesi), capaci cioè di pensare e agire come adulti in virtù della loro precoce aderenza alle sofferenze della vita.

10 Per l’approfondimento di questo aspetto si rimanda al saggio: Antonina Nocera, I bambini e la sofferenza nell’opera di F.M. Dostoevskij, FrancoAngeli, Milano 2010.