Miguel Mellino, Post-orientalismo


post-orientalismo
Miguel Mellino (a cura di)


POST-ORIENTALISMO

Said e gli studi postcoloniali


 

Meltemi, Roma 2009, euro 25, pagine 299,
ISBN 978-88-8353-652-6

 






La complessità dell’argomento e i presunti aspetti controversi delle teorie di Edward Said in Orientalismo, evidenziati da alcuni intellettuali, ci introducono in argomenti che presentano molte difficoltà e che non sono adatti ad una veloce ed immediata comprensione, tanto da suscitare in noi l’esigenza di riflessioni approfondite.

L’universo fantastico dell’Oriente, noto ai più, rinvia al mondo fiabesco, raccontato ne Le Mille e una notte, che fa sognare, ma che allo stesso tempo nasconde la percezione di una realtà diversa. Se questa considerazione iniziale risveglia il nostro interesse potremmo continuare ad immaginare luoghi diversi, lontani dall’Europa, verso mondi inesistenti e inventati dalla fantasia, dai quali, a fine dell’Ottocento, i viaggiatori inglesi erano attratti per il fascino dell’esotico che permise loro di costruirsi la fama di uomini intrepidi alla ricerca dell’ignoto. Ma in realtà, se considerato soltanto sotto questo profilo, l’Oriente diventa proprio un termine desueto, mentre è vicino a noi più di quanto immaginiamo, perché mantiene viva la sua presenza ovunque, in particolar modo nel sud dell’Europa, in una regione della Spagna meridionale: l’Andalusia. Qui passato e presente trovano il confronto anche negli aspetti più drammatici di un incontro-scontro tra culture diverse. In questo contesto è naturale chiederci quale è, per esempio, il parere di Said sull’effetto architettonico della grande Moschea musulmana di Cordova, la Mezquita, che mostra al suo interno la presenza musulmana e gli ambienti della cattedrale cattolica senza alcuna interruzione. L’alternarsi di stili diversi risulta drammatico e impressionante per l’incontro delle diverse culture: la musulmana e la cattolica. Qui l’arte racconta la difficile convivenza di un sincretismo religioso ed esibisce una scissione drammatica, anche se distribuita in un arco di tempo piuttosto lungo.

Mi sembra chiaro che questo esempio può rappresentare il punto fondamentale della questione, utile per comprendere uno dei concetti chiave del pensiero di Said, sviluppando complesse teorie che vertono su un unico problema atavico: la convivenza difficile tra Oriente e Occidente. Parliamo di incontro tra est ed ovest? Oppure di impatto drammatico tra nord e sud del mondo? È naturale interrogarci sulla loro esatta posizione geografica nel panorama internazionale e se sia lecito porli sullo stesso piano o se proporre un confronto tra le loro diversità. La digressione conduce evidentemente ad una eccessiva catalogazione, a un’elencazione infinita che diventa deteriorante e triste, conducendoci lentamente verso una visione talmente grigia da distruggere ogni buon senso e anche la nostra stessa capacità di comprensione della realtà. In questo contesto, Said individua alcune abitudini malsane e dannose, cadute nella catalogazione eccessiva e quasi demenziale, che trascinano nel baratro dell’inutilità anche importanti discipline di studio come l’antropologia, le scienze linguistiche e glottologiche.

A tale proposito la raccolta di saggi, propone un interessante percorso nel pensiero dell’intellettuale palestinese, pubblicando i tre saggi di Said Teoria in viaggio, Altre considerazioni sull’orientalismo, e Teoria in viaggio: una rilettura seguiti nella seconda parte, dai saggi di alcuni intellettuali noti nel panorama internazionale: Lata Mani e Ruth Frankenberg, Gyan Prakash e di Aijaz Ahmad. Il punto di partenza è la chiave di volta, rappresentata dalle considerazioni sul saggio di Said Orientalismo, che tanto ha fatto discutere, fa riflettere, e per molto ancora sarà oggetto di discussione per il dibattito futuro sulla convivenza e sul sincretismo culturale tra Oriente e Occidente.

Per Said il desiderio di civilizzare produce l’imposizione della propria identità culturale sulle altre nasce dal fanatismo narcisistico e dalla presunzione di essere migliori, alimentato dall’angoscia e dalla paura del diverso, dell’ignoto, ossia di un’altra cultura diversa dalla nostra.

Eppure per Said, l’incontro contrappuntistico delle diversità è proposto come un sistema ordinato e armonioso, multisonoro e multicolore. Attraverso il saggio introduttivo di Mellino, leggiamo che, in Cultura e imperialismo, Said scrive sull’esistenza nella «musica classica occidentale» di una polifonia meravigliosa che fa ascoltare melodie contrapposte ad altre, ma che trovano infine un accordo magico, componendosi ordinatamente in belle armonie. Lo sanno bene Beethoven, Wagner, Strawinsky, eppure anch’essi sono stati contestati dai critici del loro tempo. Lo sa altrettanto bene Said che applica le proprie teorie alla sfera sociale. Il contrappunto di culture diverse deve pur necessariamente comporsi come in una sinfonia armoniosa dopo una convivenza drammatica. Credo che il «Voyage in all’interno dell’intellettuale post-coloniale», evidenziato da Mellino, potrebbe rappresentare l’inizio di un viaggio nella coscienza alla scoperta della nostra identità culturale, per comprendere quanto di ibrido esiste in noi; la rivelazione, per alcuni sorprendente, svelerebbe che le origini della nostra cultura occidentale sono legate alla cultura araba. Punctus dolens perché molti sarebbero pronti a negarlo categoricamente, rivendicando altrove le proprie origini aristocratiche e dimenticando, ad esempio, per ricordarne solo alcuni, intellettuali come Averroé e Seneca, nativi e originari della multiculturale Cordova, oggi un po’ araba, un po’ musulmana, un po’ europea ed occidentale.

Forse quanto accade è frutto di una mano divina, soprannaturale, oppure il destino non vuole condividere i nostri pregiudizi, e va oltre, verso un cammino della storia affidato agli uomini, quanto diversi e quanto simili tra loro, per usare una metafora gramsciana. Attendiamo allora un futuro che smentisca le previsioni catastrofiche, osservando le trasformazioni dei gruppi sociali e delle loro culture.

A questo proposito, l’introduzione di Mellino propone uno sguardo panoramico sul dibattito culturale seguito alla pubblicazione di Orientalismo. Sì, perché il saggio, pubblicato per la prima volta nel 1978, ha risvegliato un ricco dibattito. Se leggiamo La sfida di Orientalismo di Lata Mani e Ruth Frankeberg, un saggio caratterizzato da alcune critiche e da approfondimenti analitici su Orientalismo, ne abbiamo la certezza. Anch’essi, alla fine del capitolo, propongono alcune critiche, evidenziando quelli che, a parer loro, sono i limiti del testo di Said, proponendo tuttavia un’inevitabile discussione sull’argomento. Non mancano proposte di lettura interessanti sul dibattito critico in ambito intellettuale anglosassone, e naturalmente l’attenzione verte principalmente sui “Subaltern Studies” e sul tema del “post-orientalismo” saidiano.

L’effetto dirompente di Orientalismo sugli intellettuali avviene nel bene e nel male, come Aijaz Ahmad lascia intuire a proposito della contestazione a Said di non avere abbastanza competenza nel «parlare della storia degli arabi e delle discipline orientaliste», riferendosi a una critica di Lewis, in quanto «la scientificità» saidiana sarebbe addirittura «una copertura del suo compromesso con la causa sionista». Ma quanto salvifiche sono le critiche, se riescono a produrre tematiche nuove su cui discutere e ragionare serenamente.

Fanno riflettere anche i tre termini colonialismo, imperialismo, storicismo, in quanto sono concetti che aprono varie possibilità di dibattito critico sull’Oriente di ieri e quello di oggi, essendo tematiche figlie della politica coloniale dell’Ottocento

Tuttavia Post-orientalismo fa il punto sul panorama attuale dell’accoglienza del saggio di Said pubblicato nel 1978, Orientalismo appunto, aprendo al lettore un orizzonte culturale e politico su cui riflettere; in effetti egli offre una lettura di vari autori e di opere del presente e del passato per proporre le proprie tesi; a tal proposito, secondo quanto afferma Ahmad, l’effetto stupefacente di Orientalismo verte sulla cultura in genere, producendo oggi «lo sviluppo di saperi oppositivi».

Ahmad sembra però individuare anche alcune contraddizioni nelle teorie di Said, mentre per l’intellettuale palestinese «ogni forma di identità è negativa» perché svolge una funzione distruttiva e annientatrice delle altre identità; potremmo valutare questa affermazione come una controbattuta alla possibilità di contraddizione nel pensiero saidiano. Inoltre Said sottolinea l’aspetto negativo della “pratica universale” di distinguere il mondo nostro dall’esterno, una realtà, vera negatività rappresentata dalla nostra perché spesso è più comodo trincerarsi dietro una verità-realtà ignorata e rifiutata da noi stessi. Così accade che la distinzione tra Oriente e Occidente viene utilizzata per proporre di fatto l’idea di protezione e difesa dai pericoli provenienti dell’Oriente.

L’identità culturale è considerata da Said come un condizionamento che impedisce la convivenza culturale, e costruendo un sistema intricato di condizionamenti, utili per impedire la comunicazione tra culture diverse. Said pecca forse per l’eccessiva severità di giudizio? È necessario riflettere sull’affermazione di Ahmad: «per Said l’orientalismo appare come una malattia del Soggetto». A questo proposito credo che esista alla base di tutto un fraintendimento e che sia necessaria una distinzione: l’identità culturale settaria ed egoistica che ama eccessivamente se stessa e l’identità culturale aperta alle altre culture e favorevole alla convivenza pacifica. Infatti Said non propone mai l’annullamento dell’individuo a favore della convivenza.

Le motivazioni storiche dei rapporti di forza che hanno permesso il predominio dell’Occidente sull’Oriente spinge Said a cercare di non ridurre il problema a un fatto meramente culturale, spiegando le origini storiche dell’espansione coloniale, che spesso viene motivata come un progetto di civilizzazione storica dei popoli al di là del mondo occidentale modernizzato. La presunzione di correggere gli aspetti deteriori di una cultura diversa dalla nostra rappresenta un errore, ed è in realtà un atteggiamento di chiusura e di incomprensione di fronte alle differenze culturali. La nostra diventa così la negazione della cultura, cioè la negazione del sapere della conoscenza: l’incultura. Negare l’esistenza di una sfera del sapere al di là del nostro universo di percezione della realtà circostante (culturale) può generare gravi errori di interpretazione.

Il bel saggio saidiano, Teoria in viaggio, pubblicato da Mellino, rispetto al passato presenta un Said osservatore dei cambiamenti e della circolazione delle idee, considerate fondamentali per la vitalità culturale, perché permettono la crescita e il progresso culturale dei popoli, e soltanto così li mantengono vivi, producendo una serie di metamorfosi e di reazioni chimiche. Egli infatti scrive: «il movimento delle teorie da un luogo all’altro […] è un fatto inevitabile della vita sociale e un modo di favorire l’attività intellettuale». Dunque l’energia culturale è resa possibile soprattutto attraverso lo scambio continuo di idee. Il movimento delle mentalità da un luogo all’altro può determinare l’accettazione oppure provocarne il rifiuto. Lo sviluppo e la trasformazione rispetto a quello che erano all’origine determina un cambiamento importante e permette di mantenere la vita intellettuale.

Said non pensa mai sistematicamente, ma riflette come un intellettuale osservatore attento alle trasformazioni sociali e alle conseguenze connesse. Pertanto a suo parere, l’Occidente ha un problema di coscienza identitaria e cerca di coprire l’angoscia di essere assorbito ed annullato dall’Oriente attraverso la cancellazione di questo, ma soprattutto dominandolo culturalmente, perché ne sente la necessità per sopravvivere alle proprie paure. Non è forse questa una condizione terribile in cui la paura agisce sugli individui impossessandosi di loro e costringendoli a vivere in un drammatico isolamento? L’angoscia che ne deriva impedisce ad ognuno di conoscere l’altro.

Sandra Dugo