Alain Badiou, Pornographie du temps présent



Alain Badiou


Pornographie du temps présent




Fayard 2013
 ISBN 978-2213677934, € 5,00












La democrazia come bordello e i suoi frequentatori

In filosofia bisogna evitare la nostalgia e attenersi al presente, sforzandosi di comprenderlo. Certo non è sempre facile, soprattutto quando l'attualità delude le nostre aspettative. In questi casi la tentazione di vestire i panni tormentati dell'anima bella è sempre dietro l'angolo della rassegnazione. Come ammoniva Brecht, in un'epoca assai cupa e tragica, è un'esercizio inutile rimpiangere il buon vecchio tempo passato. Più importante riflettere, senza rimpianti e indulgenze, sul cattivo nuovo che avanza. Il che significa, per rimanere ancora nel campo di battaglia hegeliano, non pensare in modo astratto, vale a dire annullando l'essenza della realtà attraverso le singole determinazioni.

Prendiamo il caso della democrazia. Con il crollo del comunismo e la fine della storia, tutti erano concordi nel sostenere che la democrazia liberale avesse ormai vinto e si stesse affermando in tutti gli angoli sperduti del mondo globalizzato; spesso con l'aiuto dei bombardamenti, se vogliamo essere storicamente precisi, ma questo è un dettaglio antimperialista oggi trascurabile, come i danni collaterali e le vittime invisibili. Sembrava proprio che la libertà si fosse compiutamente realizzata, così dicevano i funzionari hegeliani di destra delle varie organizzazioni internazionali. Poi però ci si accorse, a cominciare da casa nostra, che la democrazia andava sempre più deteriorandosi, fino a mutarsi nel suo opposto (deriva autoritaria, oligarchica e populista), tant'è che molti scienziati della politica e della sociologia, in mancanza di meglio, parlarono di post-democrazia, per indicare il suo progressivo svuotamento, se non addirittura la fine della democrazia stessa, così come l'Occidente l'aveva intesa e praticata, a partire quanto meno dalla Rivoluzione francese.

Eppure, potenza dell'astratto, nonostante questa evidente messa al bando della democrazia, la gente pensa ancora di vivere in regimi democratici, crede veramente di essere il popolo, chiamato a eleggere i propri rappresentanti, di avere insomma il potere delle decisioni collettive. Difficile da spiegare questa ostinazione, magari una sorta di riflesso condizionato, che perdura stancamente nel tempo e che, con ogni probabilità, finirà per esaurirsi; non a caso un po' dappertutto si registra una crescita costante dell'astensione, per non parlare della generale disaffezione per la politica. Eppure, dicevamo, la gente continua a crederci, si è come fissata su questa determinazione (noi viviamo in una democrazia!) e non riesce a vedere la sua negazione, come la vecchietta di Hegel, che anziché osservare il cadavere dell'assassino sul patibolo, gioiva per i raggi del sole che illuminavano la testa mozzata (che bella immagine!); a tal punto arriva, oggigiorno, il sentimentalismo democratico.

Un'esperienza personale, essenzialmente dialettica. Quando al mattino presto vado a scuola, passo per la piazza principale della mia città (un piccolo capoluogo dell'Italia del nord-ovest) e vedo i nostri politici locali, regolarmente eletti dalla cittadinanza, intenti a passeggiare in piccoli gruppi, con al seguito qualche cliente in attesa, picciotto portaborse o segretaria personale, e parlare fitto tra di loro. Inavvertitamente, oltre a notare gesti e movenze, mi accade a volte di afferrare frammenti di discorsi, e allora mi si palesa chiaramente, senza veli, l'inganno tout court della democrazia. Eccoli, davanti a me, i legittimi rappresentanti del popolo: il comitato che gestisce gli affari della borghesia, si diceva una volta. Niente meno che un bordello di puttane (sto citando Genet e non Battiato, come si comprenderà più avanti). Non è forse proprio questo il vero lavoro che si compie dietro le quinte della rappresentazione, teatrale e mediatica, dei comunicati stampa e dei vari talk show televisivi? Il cretinismo parlamentare, cioè la convinzione solenne che è la maggioranza a prendere le decisioni, così lo definiva sarcasticamente Engels, è davvero un'infermità dura a morire.

Ultimamente, a seguito della crisi economica del 2008 con le sue ripercussioni politiche, si è usi interpretare la crisi della democrazia attraverso la contrapposizione tra le élite tecnocratiche da un lato e i movimenti populisti dall'altro; buone e affidabili le prime, anche se non legittimate dal basso, cattivi e pericolosi gli altri, perché portatori di presunte tendenze destabilizzatrici del sistema, nonostante siano espressione della maggioranza della gente. Come ricordava Brecht nei Dialoghi di profughi, la parola “popolo” è una parola speciale. “Ha un significato tutto diverso verso l'esterno e verso l'interno. Verso l'esterno, cioè in rapporto agli altri popoli, i grandi industriali, gli Junker, gli alti funzionari, i generali, i vescovi eccetera appartengono tutti naturalmente al popolo tedesco, e a nessun altro. Ma verso l'interno, dove appunto si tratta del dominio, sentirai sempre questi signori indicare il popolo come la massa o la genterella: loro non ne fanno parte. Il popolo farebbe meglio a dire così anche lui, e cioè che i signori non ne fanno parte. Allora sì che la parola dominio del popolo prenderebbe un significato ragionevole”. Di fronte a tali semplici constatazioni empiriche, il buon liberale e il conservatore, oggi come allora, ribattono che, in questo caso, non avremmo più la democrazia, ma un regime dittatoriale. Ma questo è il comunismo! Accidenti. “Giusto, sarebbe la dittatura dei novecentonovantanove sui mille”. Tutto sommato, la lapidaria risposta di Brecht non è molto diversa dagli slogan degli attivisti di Occupy Wall Street.

Ora, dello stato attuale delle nostre democrazie si occupa il filosofo francese Alain Badiou in un piccolo saggio, Pornographie du temps présent (Fayard/ France Culture, 2013, pp. 45, 5 euro), il cui testo riprende la conferenza Images du temps présent, tenuta alla Sorbona nel gennaio del 2013. Attraverso un'efficace rilettura attualizzante dell'opera teatrale Il balcone di Jean Genet, Badiou si propone di analizzare criticamente e smontare l'ideologia democratica, che oggi domina indiscussa (per l'appunto “l'immagine del tempo presente”), o per usare le sue parole “la commedia filosofica del presente”; in termini lacaniani, il lato fallico del potere nelle democrazie contemporanee. La tesi è chiara e netta: la democrazia è un feticcio che copre con una falsa immagine il potere nudo senza immagine. La costruzione di una verità politica presuppone lo smascheramento di questo inganno.

Sin dall'inizio, Badiou ribadisce che per lui la parola “democrazia” designa unicamente “una forma dello Stato”: quella forma delle libertà pubbliche, sancite dalla Costituzione e messe all'opera dalle procedure elettorali. In questa definizione restrittiva, la moderna democrazia rappresentativa è “l'incondizionato della nostra vita politica” (siamo obbligati a essere democratici, senza condizioni). Il “Fallo speculativo” del nostro presente è la commedia delle immagini della democrazia-feticcio. In questo senso, la situazione politica attuale è quella illustrata da Genet nella sua pièce: la lotta tra il potere, inteso come un bordello (il mercato delle immagini), e il reale della rivolta, che si svolge nelle piazze. (Qui Badiou fa riferimento alle primavere arabe e ai diversi movimenti di indignati, che negli ultimi anni sono nati per contestare le politiche neoliberiste delle classi dirigenti mondiali. Temi questi che l'Autore ha affrontato più diffusamente, da un punto di vista storico e politico, nel saggio Le Réveil de l'histoire. Circostances, 6, Lignes, 2011, recentemente tradotto in italiano per l'editore Ponte alle Grazie). In termini esplicitamente platonici, oltre l'immagine (ingannevole) c'è il reale come verità. Al di fuori del “bordello finanziario delle immagini” (che non va interpretato da un punto di vista giornalistico-moralistico, quanto nel senso dello “spettacolo integrato” di Debord, forse potremmo dire il “Palazzo”, così come lo intendeva e soprattutto lo viveva Pasolini) si trova la vita reale, nelle figure dell'eccesso furioso dell'insurrezione e della pazienza infinita.

Contro il potere incantatorio e paralizzante del bordello (siamo prigionieri in una specie di caverna platonica, intesa appunto come il “regno democratico delle immagini”), si tratta per Badiou di riattivare un desiderio politicoassoluto, animato dal reale e non dalle immagini, che al contrario hanno il potere di abolire la realtà. Ma per fare questo occorre uno sforzo di “de-immaginazione”, in modo da riuscire a vedere ciò che si dissimula dietro l'immaginario democratico: il reale del potere. Il potere nudo non ha immagine: è il reale nudo. In una prospettiva marxiana, siamo qui nel campo dell'ideologia (il falso rapporto immaginario con la realtà) di cui bisogna sbarazzarsi, affinché possa emergere una coscienza attiva. Rileggendo Genet attraverso Lacan, Badiou arriva ad affermare che la democrazia è “il feticcio fallico del nostro tempo”. Il potere nudo cela la sua faccia feroce dietro la maschera della democrazia. Perciò bisogna respingere ogni “sentimentalismo democratico”.

Dopo l'abbandono dell'idea della rivoluzione e del comunismo, il nostro mondo è diventato il luogo del dominio pornografico della democrazia di libero mercato. Questo è stato, a grandi linee, il ciclo contro-rivoluzionario degli ultimi vent'anni. Per Badiou, adesso che si intravvedono spiragli di ribellione, la ripresa di “un pensiero forte, organizzato e popolare” deve necessariamente basarsi sulla consapevolezza che oggi la vera critica del mondo non è “la critica accademica dell'economia capitalistica”, la quale non fa che riproporre le vecchie ricette riformistiche per un capitalismo ben regolato e dal volto umano (le prediche edificanti per una moralità del capitalismo, alla Sandel tanto per intenderci). Su questo terreno tutti concordano in maniera astratta. Ci mancherebbe altro, visti i danni prodotti dalla crisi economica: qualche aggiustamento di facciata, per tenere buona la gente e salvare il sistema. Ciò sta accadendo sotto i nostri occhi, basta vedere gli inutili provvedimenti che quotidianamente vengono presi dai governi per affrontare la crisi. Secondo l'Autore, al contrario, “la sola critica pericolosa e radicale è la critica politica della democrazia”.

 

Ma che cos'è la democrazia? A ben vedere, la democrazia attuale non è altro che una parola che copre e riveste il nostro desiderio passivo di comfort, l'involucro che protegge la soddisfazione della nostra miseria mentale. Questa miseria si sintetizza poi in una parola: “classe media” (quella media e alta borghesia planetaria che va crescendo in tutto il mondo, soprattutto nei cosiddetti paesi emergenti, come la Russia, Cina, il Brasile, ecc.). Questa montante classe media, che consuma ed è connessa (queste le sue caratteristiche), con la sua “soggettività passiva” è il supporto di classe degli Stati democratici, espressione degli interessi del Capitale. L'individuo della classe media – a cui noi tutti, in una certa quale misura, apparteniamo, dice Badiou – desidera vivere in questo mondo, così com'è, partecipando alla formidabile corruzione e diseguaglianza del capitalismo, senza nemmeno rendersene conto. Questo, in conclusione, lo stato presente delle cose: un'enorme classe media che si diletta e si distrae tra il consumo di merci e la seduzione multitasking della tecnologia, prigioniera della caverna platonica (il regno democratico delle immagini), quindi del tutto incapace di pensare.

 

A mio avviso, l'Autore tocca qui un punto cruciale, per quanto concerne l'individuazione del soggetto politico in grado di abbattere il dominio ideologico-immaginario della democrazia-feticcio. La borghesia come classe sociale rivoluzionaria è un lontano ricordo otto-novecentesco. Nel mondo globalizzato di oggi, sta crescendo una nuova generazione (i Millennials o Me Generation, come li ha definiti l'Economist), nata a partire dagli anni Ottanta, nel corso della rivoluzione informatica di fine secolo. Una generazione di individui egocentrici e narcisistici, protetti nel loro ambito privato, essenzialmente votati all'accumulazione di merci e gadget tecnologici, ossessionati dalla prestazione e dalla cura del corpo, senza più alcun interesse per la dimensione politica dell'esistenza umana. Già l'Adorno dei Minima Moralia (negli anni Quaranta del Novecento, in tempi non sospetti), aveva segnalato la corruzione nel bourgeois revenant, per cui tutto ciò che v'era di buono e onorevole nel carattere borghese era ormai “guasto e corrotto fino alle midolla”. Quei borghesi americani, notava il filosofo francofortese, sopravvivevano a se stessi come spettri annunciatori di sventura. Temo che la “classe media” descritta da Badiou sia proprio la concreta realizzazione di quella sventura.

 

Nel frattempo viviamo tra due mondi: da una parte, l'antica politica rivoluzionaria è morta e, dall'altra, una nuova politica cerca di sperimentare la sua verità. Siamo degli sperimentatori, sospesi in questo intervallo, tra due tempi. Si tratta di trovare un passaggio. Tale sembra essere l'invito, un po' enfatico, del filosofo platonico e comunista (come spesso accade nei testi militanti di Badiou, manca un'analisi approfondita degli sviluppi sociali ed economici del capitalismo e l'autonomia del politico, a volte, assume i caratteri di un estremismo giacobino e sessantottino, privo di indicazioni operative). Bisogna sottrarsi al “bordello finanziario delle immagini” della democrazia-feticcio, ciò sembra essere comunque prioritario, per vedere il potere nella sua nudità (uscire dalla caverna è già l'inizio della liberazione). Compito del filosofo e dell'artista, non asserviti alla menzogna collettiva, è quello di preparare “la nudità poetica del presente”.