Domenico Canciani, Simone Weil. Le courage de penser




Domenico Canciani


Simone Weil. Le courage de penser

Prefazione di Robert Chenavier, postfazione di Daniel Lindenberg



Beauchesne, Paris 2011,
ISBN 978-2701015545, € 28,50












  Il ponderoso testo di Domenico Canciani rappresenta sicuramente un punto fondamentale nella storia degli studi su Simone Weil, prima di tutto per la complessità e la vastità degli argomenti affrontati, ma soprattutto per l'estrema accuratezza nella documentazione che soggiace ad ogni punto del suo lavoro. Il gusto storico del fine ricercatore si unisce all'indubbio dono per una scrittura scorrevole e personale, che riesce ad interessare il lettore per le oltre 400 pagine del libro.

Questo lavoro rappresenta il coronamento di una lunghissima consuetudine con la Weil, un vero e proprio “corpo a corpo” con un'autrice non facile, totalizzante nelle sue scelte e nelle sue richieste, scritto dall'autore nella lingua madre della stessa filosofa.

Simone Weil ci chiede tutto e tutto ci dona. È un deposito d'oro puro che si consegna senza tregua nelle nostre mani e chiede instancabilmente di essere capita, affrontata, attraversata con serietà e impegno, senza poter contare su scorciatoie.

A testimoniare questa esperienza di vita che implica l'avvicinarsi alla Weil, Canciani – contravvenendo forse al suo abito di storico, ma non certo al suo essere filosofo – ci regala in apertura al testo qualche pagine del proprio diario, risalente al periodo dei primi passi della sua ricerca, riletto e commentato a distanza di anni.

1983. Quarant'anni dopo la morte della filosofa. Trent'anni fa. Da tanto dura la passione di Canciani: ritroviamo i primi propositi di studio, i primi testi con cui si confronta, le ricerche a volte entusiasmanti negli archivi, ancora ricchi di sorprese e novità. Gli incontri con amici e conoscenti della Weil costituiscono un indubbio vantaggio per Canciani, perchè gli permettono di ridimensionare o arricchire altre testimonianze più note o accessibili (come, ad esempio, il testo di Simone Pétrement imprescindibile, ma non indiscutibile).

Tra giornate ricche di novità e altre deprimenti, Canciani inizia la propria avventura nella vita intensa e affascinante di Simone Weil, scoprendola diversa da molti stereotipi.

Il preludio personale lascia posto ad un testo che è quanto di più lontano si possa pensare da una biografia romanzata; ci troviamo di fronte ad un testo preciso, puntuale e documentatissimo.

Allora che senso ha questo détour nella memoria? Forse certi autori – e sicuramente Simone Weil è tra questi – non possono essere studiati asetticamente, bisogna “viverli”. Forse la risposta la possiamo trovare nella conclusione, quando Canciani si chiede «Dove è il senso della mia ricerca? Non sarà forse un pretesto per rinviare all'infinito il confronto con la verità del suo pensiero? Come se scrivere su di lei mi fosse servito per mettermi al riparo, a difendermi dall'esigenza che rappresenta il suo pensiero» (p. 428).

Come ricorda Canciani, Simone Weil ha scritto che la filosofia è una virtù, un lavoro su di sé, una trasformazione dell'essere che implica un certo modo di concepire il mondo, oltre che noi stessi. Simone Weil non vuole essere trattata in maniera accondiscendente, vuole che si abbia il coraggio di affrontare la domanda fondamentale, ossia: “Dice il vero o no?”.

Canciani ha sicuramente avuto questo coraggio, ma soprattutto lo ha fatto in modo da restituire continuità alla vicenda speculativa ed esistenziale della Weil. Non esiste una “prima Weil” e una “seconda Weil”, una “vergine rossa” e una mistica, questo è molto chiaro dopo la lettura, nel quale siamo condotti a rintracciare i numerosi fili di continuità che riescono a spiegare in quale modo vi sia una crescita spiraliforme, un concrescere su se stesso del pensiero weiliano, sempre preoccupato di rendere conto della propria presenza nel mondo.

La prima tappa, molto più importante di quanto si pensi, è il periodo di formazione filosofica e politica nella classe di Alain, unico maestro da lei riconosciuto, personaggio originale e fondamentale per la crescita di molti giovani dell'epoca.

Canciani ricostruisce gli anni febbrili della giovanissima filosofa, tra primi testi filosofici e impegni militanti, sottolineando che Simone Weil fa parte di una piccola élite di privilegiati rappresentanti della media e alta borghesia. Come molti giovani dell'epoca, cresce in lei l'interesse per la politica, favorito dalle prese di posizione chiare del maestro Alain su temi come il pacifismo. L'impegno e gli interessi della Weil, però, « […] rivelano, al contrario, il suo bisogno di sperimentare la vita e fondersi con l'esistenza comune» (62). Nessun atteggiamento snob, solo la necessità di entrare in contatto con la realtà.

Se vogliamo parlare di “evasione” per quanto attiene al suo impegno politico, si tratta di una evasione verso il basso; non c'è in lei nessuna simpatia nei confronti della moda dell' “essere contro”.

Non c'è solo Alain nella sua giovinezza, ma sicuramente da lui impara cose fondamentali come la pulizia dello stile come sinonimo del buon pensiero., la necessità di scrivere ogni giorno, anche solo per chiarire a se stessi il proprio pensiero. Oltre a ciò, il radicalismo alainiano in politica e la sua fondamentale diffidenza verso i partiti politici, che avranno un'influenza a lungo termine sulla filosofa, che molti anni più tardi scriverà un Manifesto per la soppressione dei partiti.

É assolutamente impossibile rendere conto puntualmente dei passaggi del testo che – senza mai cadere nell'agiografia, anzi con una buona dose di ironia a volte -, ci conduce dalla classe di Alain all' Ecole Normale, tempio dell'alta cultura francese, e di lì alle scuole di provincia e alle università popolari, per arrivare all'esperienza fondamentale dell'impiego in fabbrica.

Come giustamente sottolinea l'autore, il lavoro è un filo rosso importante perché «rappresenta un momento fondamentale nell'evoluzione del suo pensiero politico, intellettuale e spirituale. […] É con una forza inattesa che il contatto con il lavoro suscita in lei sentimenti di umiliazione, d avvilimento […] che finiscono per trasformare il suo modo di percepire la realtà. Quando lascerà la fabbrica, il mondo non sarà più lo stesso: il malheur umano, nella sua dimensione collettiva, le è ormai e per sempre entrato nella carne» (140).

Proprio con passaggi come questo Canciani riesce a ricostruire una continuità nell'interpretazione della vita e del pensiero di Simone Weil: ogni nuova esperienza costruisce un frammento del quadro. Vorrei sottolineare che non si tratta di un taglio interpretativo, ma della messa in campo di ogni fonte disponibile per restituire verità ad un racconto troppo spesso caduto nell'aneddoto.

«La breve esistenza di Simone Weil, nella quale le esperienze si consumano velocemente, obbliga ad una specie di ginnastica mentale per seguire i cambiamenti di prospettiva, i suoi bruschi e improvvisi avvii. Solo un'attenta e paziente frequentazione dei suoi testi, di cui ogni lettore serio dispone ora, e una esatta valutazione dell'intensità piuttosto che della durata dei suoi impegni e delle sue esperienze, permettono di svelare una continuità sotterranea e una coerenza sostanziale lì dove si sarebbe tentati di vedere solo rotture o mutamenti improvvisi» (144).

In Italia, Simone Weil continua ad essere conosciuta soprattutto per i Cahiers e per gli scritti dell'ultimo periodo, che in alcuni casi (vedi il testo Attesa di Dio) non hanno più ragione di esistere, una volta pubblicata l'edizione integrale degli scritti; sicuramente la parte meno conosciuta è quella che riguarda la sua formazione, perciò è ancora più importante il lavoro che, da sempre, Canciani sta conducendo sul suo impegno politico, teorico e militante, e che in questo testo viene ripercorso in maniera particolarmente brillante.

Il capitolo quarto, ad esempio, Jamais au-dessus de la mêlée, ci immerge negli anni Trenta, nell'ambiente fervido di contrasti e pensieri di riviste come la Révolution Prolétarienne, che si interrogarono e indagarono la realtà del sogno comunista in Russia, smascherando per primi «informazioni dettagliate ed inquietanti sull'opposizione e la repressione operaia, sull'apertura dei primi campi di lavoro forzato, sulla burocratizzazione degli apparati dello Stato» (163).

La frequentazione e la quotidianità degli scambi con i protagonisti di questa stagione, permette a Simone Weil di smascherare in modo così arguto e lungimirante le pecche del sistema comunista, come testimoniano i molti articoli dell'epoca. Tutto questo non sminuisce assolutamente la genialità di un testo come Riflessioni sulle cause della libertà e dell'oppressione sociale, ma al contrario lo illumina spiegandone l'origine e il valore storico.

Il capitolo sulla partecipazione della filosofa alla guerra di Spagna rende conto di ogni implicazione politica di questo gesto, ma soprattutto mette in evidenza come da questa esperienza attingerà forza l'analisi del concetto di forza, che occuperà la speculazione weiliana dalla fine degli anni trenta. Sappiamo che il concetto di forza troverà la sua massima espressione ne L'Iliade o il poema della forza, che Weil inizia a comporre proprio dopo questa esperienza spagnola.

Scrive Canciani che la brevissima esperienza in guerra porta a « […] un vero cambiamento di prospettiva, visibile a livello delle sue scelte linguistiche», grazie a cui «[…] l'oppressione dei primi anni militanti lascia il posto ad un concetto nuovo, l'idea di barbarie o di forza, categorie vicine, ma più generali di quella di totalitarismo» (221).

Simone Weil imparerà molto da questa vicenda, prima di tutto l'esigenza di una totale libertà, il rifiuto di qualsiasi appartenenza politica o intellettuale. Solo libera si sente in grado di cercare la verità.

Canciani torna a ridefinire, in un certo senso, il proprio metodo storico nel settimo capitolo, Il male dell'Occidente, nel quale rendendosi conto di dover dar conto nella propria indagine della famosa “esperienza mistica”, decide di adottare il metodo weiliano, scrive infatti la filosofa: «Non è dal modo con cui l'uomo parla di Dio, ma dal modo in cui parla delle cose del mondo che si può capire se la sua anima ha soggiornato nel fuoco dell'amore di Dio» (Cahier XIV, OE C VI 4, p. 189).

Ecco, quindi, che Canciani decide di cercare di seguire il filo mistico attraverso l'oggettività del cambiamento della lingua e della sua scrittura. Se la mistica è, come diceva Michel de Certeau, l'invenzione di un nuovo linguaggio per dire l'indicibile, questa è sicuramente l'unica via legittima. I Cahiers, in questo senso, sono uno strumento eccezionale e il loro ritmo interno svela molto di questa esperienza fondamentale che però è essenzialmente incomunicabile, lingua nuziale e segreta. La scrittura riesce, infatti, a testimoniare la progressiva sparizione dell'io, la decreazione che è il primo autentico segno del passaggio ormai compiuto.

La felice parentesi marsigliese viene giustamente letta dall'autore come un momento di approfondimento di temi come la forza e il dominio della violenza, e di preparazione a quelli che saranno gli ultimi punti della scrittura weiliana, in particolare il cosiddetto Enracinement, che Canciani vuole restituire giustamente alla sua titolazione originaria, Prélude à une déclaration des devoirs envers l'être humain.

Il grande interesse per i Catari ha bisogno di essere letto grazie alla lente fornita dallo scritto sull'Iliade, grazie alle sue categorie.

Il periodo a Marsiglia non è solo un momento di collaborazione con la rivista “Cahiers du Sud”, che giustamente Canciani definisce un “avanposto di resistenza spirituale” (315), ma è anche occasione di un impegno politico attivo, a fianco di gruppi militanti partigiani di ispirazione cattolica, che si esplica nella distribuzione dei Cahiers du Témoignage chrétien.

Simone Weil cerca, in questi mesi, ogni modo per raggiungere l'Inghilterra e potersi così impegnare direttamente nella Resistenza.

Vi riuscirà solo alla fine della sua vita, e non nei termini che aveva sperato, ma nel frattempo continua a pensare un nuovo modo di resistere, di contrastare il nemico.

Il Progetto di formazione di infermiere di prima linea pone la resistenza sul piano della lotta contro la dimensione immaginaria della violenza attraverso l'immersione nella realtà, il ritorno ciò che è massimamente difficile, la vera percezione del reale. Questo testo, pur nella sua apparente bizzaria, si appoggia – come acutamente sottolinea Canciani - «sull'analisi rigorosa dei meccanismi della guerra, l'uso della violenza e l'accettazione della morte che Simone Weil svolge, come testimoniano i Cahiers di Marsiglia, a partire dalla passione di Cristo e della Bhagavad-Gita» (343). Le “armi dello spirito” sono quelle che anche la filosofa mette in campo in questo momento decisivo della guerra.

La vita di Weil è stata arricchita da amicizie- basti pensare, ad esempio, a Simone Pétrement, Boris Souvarine, Joe Bousquet - che hanno avuto un valore essenziale per la sua elaborazione di una visione filosofico-esistenziale, che è sempre rimasta assolutamente personale, libera da tentazioni di ossequio.

Esempio di questa fedeltà a se stessa sono i legami con Padre Perrin e Gustave Thibon, sui quali Canciani ha molto da dire, avendo già scritto un testo su questo argomento, Tra sventura e bellezza. Riflession e religiosa e esperienza mistica in Simone Weil (Edizioni Lavoro, Roma 1998), in occasione del quale aveva potuto conoscere bene Padre Perrin, e godere della sua testimonianza su un momento fondamentale e molto discusso della vita della filosofa. Le discussione con gli amici, con i quali ritrova importanti affinità elettive al di là delle differenze, le permettono di arricchire ulteriormente il proprio punto di vista, senza tuttavia cedere mai alla tentazione di tradire se stessa. É questo il momento del passaggio di cui la lettura dei Cahiers ci restituisce testimonianza: la conoscenza è diventata conoscenza soprannaturale, la percezione rigorosa e implacabile degli anni di Alani l'ha condotta al di là del percepibile.

Scrive Canciani: «Il suo cammino spirituale, di cui i Cahiers sono la cronaca quasi quotidiana, si compie nella contemplazione paziente, assidua della contraddizione e della necessità; attraverso questa, la ragione, la cui autonomia non è mai negata, ma al contrario sempre esaltata, giunge al livello superiore della conoscenza soprannaturale» (388).

Il soprannaturale è la chiave di lettura per gli ultimi scritti, solo questa dimensione può, infatti, essere la base solida di una nuova civiltà. «Dio, il soprannaturale, il cristianesimo, ella ne tratta per dare forma e ordine alla sua esperienza religiosa, ma anche per introdurre oggettività e rigore in un modo destinato ad inspirare la concezione stessa della politica. Lei si occupa del soprannaturale per quanto può ispirare e trasformare le realtà terrestri. Il soprannaturale, per sua natura non sperimentale, diventa tangibile attraverso i suoi frutti, solo loro sono i garanti della sua presenza nel mondo, il vero criterio per misurare se una esperienza religiosa è autentica» (393).

Il soprannaturale si deve misurare nel mondo, è per questo motivo che non è possibile rimanere in disparte, bisogna essere a contatto con l'oggetto.

La chiave del soprannaturale è quella giusta per leggere anche un testo come il Preludio ad una dichiarazione dei doveri verso l'essere umano, scritto affascinante e problematico, che ha bisogno di una estrema attenzione per essere inteso correttamente, essendoci il reale rischio di fraintenderlo e coglierne solo gli aspetti rigidi e prescrittivi. Si tratta di un «progetto politico al quale lei lavora nella stessa epoca e Londra, che riconosce all'ispirazione religiosa un ruolo fondamentale nella definizione di un orizzonte di senso e di uno spazio favorevole allo scambio dei valori morali» (407).

Canciani a questo punto non si sottrae alla scabrosa questione del posto riservato dalla Weil alla comunità ebraica, in questa nuova comunità. «In questo scritto, lei sembra paradossalmente pronta al sacrificio della propria identità ebraica – ma non si tratta solo della sua! - per far posto ad una civiltà nuova, cristiana, negatrice dell'orgoglio legato all'idea di nazione eletta e del prestigio universalmente riconosciuto della forza» (407). Come si possono fare i conti con la richiesta di riassorbire la cultura ebraica? Canciani ammette che questo è un vero e proprio buco nero nel pensiero della Weil, che rischia di inghiottirlo completamente.

Dopo una puntuale e onesta analisi del Prélude, Canciani giunge alle sue conclusioni che giustamente pongono la domanda da cui siamo partiti: «Dice il vero o no?». Solo questo la Weil sperava che un giorno ci saremmo chiesti leggendo la sua filosofia, avrebbe voluto che accettassimo, con tutti i rischi che questo comporta, il blocco di oro massiccio che ella sapeva di custodire.

Il testo è ulteriormente arricchito da una prefazione e una postfazione di notevole livello. Le prefazione è di Robert Chenavier, grande studioso di Simone Weil e presidente da anni dei Cahiers Simone Weil. Egli sottolinea con forza la bontà del metodo storico adottato da Canciani, la sua volontà si storicizzare nuovamente la figura della filosofa, troppo spesso ostaggio di descrizioni romanzate e squalificanti. Ripercorrendo brevemente l'enorme massa degli argomenti trattati nel testo, Chenavier sottolinea, volta per volta, quanto sia ormai indispensabile procedere – come Canciani insegna- storicamente per poter ritrovare tutto il valore del pensiero filosofico e mistico della Weil.

La postfazione è di Daniel Lindenberg, importante storico francese, che accetta di continuare il “gioco” storicizzante mettendo l'opera di Simone Weil in contatto con l'humus culturale degli anni Trenta, con altri intellettuali vicini o lontani dalle sue posizioni, per poter – ancora una volta – verificare la profondità di un pensiero che non smette mai di interrogarci.