R. Armellino e M. Parisi, Fobia e perversione nell'insegnamento di Jacques Lacan



Rossella Armellino e Maria Parisi (cura) 

Fobia e perversione nell'insegnamento di Jacques Lacan
 

Cronopio, Napoli 2012
ISBN 9788889446775, Euro 19

 

 

 


Frutto di un lavoro collettivo sul Seminario IV. La relazione d'oggetto di Jacques Lacan, questo volume raccoglie vari contributi di studiosi noti e meno noti, giovani e meno giovani, apprendisti e maestri, psicoanalisti e filosofi, stranieri e italiani, tutti facenti capo – questi ultimi – alla Associazione Lacaniana di Napoli, agguerrito avamposto di ricerca e divulgazione della dottrina lacaniana fondato nel 2008, i cui membri sono passati – chi in maniera più diretta, chi in maniera più indiretta – per l'insegnamento di Paola Caròla, figura chiave della psicoanalisi napoletana degli ultimi trent'anni alla quale la raccolta è meritoriamente dedicata.

Il libro tocca temi quantomai affascinanti e attuali: cos'è la fobia e, soprattutto, cos'è la perversione da un punto di vista psicoanalitico? Cosa ce ne dice Lacan, in particolare in questo seminario? Quali indicazioni cliniche si possono trarre dalle sue parole? Come interpretare la struttura soggettiva della fobia e quella della perversione, del feticismo, del travestitismo, dell'esibizionismo? Cosa differenzia queste patologie dalle nevrosi, cui tradizionalmente l'analista si trova a prestare ascolto e attenzione? E ancora: qual è lo statuto teorico della psicoanalisi? Cosa la distingue dalla filosofia e dalle altre scienze umane e cosa, invece, la accomuna a questi saperi limitrofi? Interrogativi classici, taluni clinici, taluni di carattere più speculativo, ai quali i saggi raccolti nel volume tentano di rispondere, senza nascondersi le difficoltà.

Esemplare, in proposito, il saggio di Bruno Moroncini – tra i primi intellettuali italiani ad aver colto l'importanza e la novità dell'insegnamento lacaniano, tra i pochi filosofi italiani ad insistere ancora oggi metodicamente su un necessario confronto con la psicoanalisi. Se il Seminario IV di Lacan è in larga misura un commento al celebre caso clinico del piccolo Hans, il commento di Moroncini al commento di Lacan parte subito da una definizione folgorante che Freud offre del piccolo paziente e che Lacan prontamente rilancia: bambino filosofo, addirittura "bambino metafisico". Hans è colui che chiede: "Perché?" Hans è colui che, nonostante la tenera età, si domanda con eroica e commovente tenacia per quale ragione certe cose esistono e certe altre, misteriosamente, mancano o possono venire a mancare. Logica binaria del bambino, oltre che del metafisico, convocato a dare ragione della drammatica alternativa tra l'essere e il non-essere. Perché l'essere piuttosto che il nulla? E perché, talvolta, il nulla piuttosto che l'essere? Quale ragione ci conduce, alla stregua di un ponte, da un estremo all'altro? Quale ragione collega i due estremi – o lega il due – sciogliendone la contraddizione, la semplice e ingiustificata contrapposizione tra "sono" e "non sono"? Come Moroncini ci mostra, con la psicoanalisi, e con Lacan specialmente, viene offerta al filosofo, in primis al piccolo Hans, l'opportunità di colmare l'abisso e di dare ragione della contraddizione. Questo, però, non con l'aiuto di una razionalità logica, bensì con l'aiuto di una razionalità mito-logica. Fondamentale, di riflesso, il riferimento a Lévi-Strauss, l'antropologo che nel Novecento ha restituito alle antiche mitologie un'architettura complessa, rigorosamente articolata e nient'affatto mistica, ineffabile, irrazionale. Il succo che Lacan trae dalla lezione di Lévi-Strauss è che, banalmente, non c'è due senza tre. Magica trivialità del significante e del mito che ne fa baluginare la logica. È solo con l'introduzione di un terzo, di un elemento che colma l'abisso tra l'essere e il non-essere sotto forma di trickster, di materia anfibia e sfuggente, è solo così che il piccolo Hans potrà (o forse: avrebbe potuto) rispondere alle sue domande – senza rispondere. A Moroncini tutto questo non sfugge. Ci accompagna, con la consueta sapienza, nei meandri del suo discorso, della sua rilettura di Lévi-Strauss, della sua interpretazione clinica della fobia. Ma quanto più ci accompagna in questo percorso, tanto più fa emergere al tempo stesso la distanza tra l'interrogazione filosofica e l'ascolto psicoanalitico di una logica che rimane per definizione inconscia e lascia traccia della sua fastidiosa insistenza negli intoppi, più che nelle conquiste, del ragionamento astratto e disincarnato. Alla fine, quando il terzo compare, ai confini tra l'essere e il non-essere, come ragione di ciò che è senza ragione, il soggetto – sembra continuare a domandarsi Moroncini – c'è o non c'è? La sua risposta è che "il soggetto c'è" (p. 191). E che l'alternativa sarebbe "una negazione nichilistica del soggetto", "la sua assenza radicale". Mito-logica del filosofo, sceso dal piedistallo della metafisica? Se così fosse, essa potrebbe guidarci lontano, pur col piede gonfio e azzoppato. Potrebbe condurci, a patto di volerla seguire, fin dove la grana significante si trasforma, inesorabilmente, in grana filosofica e l'ontologia diventa un affare di sintomo.

Su un fronte diverso, lo psicoanalista – animato, come diceva Lacan, da un desiderio impuro, "il desiderio della differenza assoluta" – non rinuncia a situarsi a lato della questione. Di ciò reca testimonianza, in questo volume, lo splendido contributo di Amalia Mele. Rifacendosi a una penetrante osservazione di Lacan, ripresa e commentata anche da Erik Porge in un altro saggio del libro, Mele ci ricorda che la fobia è vista dallo psicoanalista francese come una sorta di piattaforma girevole, a partire dalla quale ci si può istradare tanto verso la nevrosi (isterica o ossessiva) quanto verso la perversione. È di questo che in fondo parla Lacan lungo tutto il seminario, di questo limite nella struttura e della struttura, di questa soglia che apre invisibili corridoi tra una struttura clinica e l'altra, stuzzicando interrogativi clinici ulteriori, sulla diagnosi e – perché no – sul trattamento delle diverse posizioni soggettive. È di questo che Mele parla con estrema accortezza nel ripercorrere la vicenda di Hans, mentre ci prende per mano e ci accompagna nel buio in cui questo bambino dotato di un coraggio struggente, quasi sfrontato si è trovato immerso, provando a confrontarsi con una cosa che né per lui né per noi era, è, sarà mai maneggiabile senza l'intervento di un deus ex machina – il dio della macchina significante. La cosa in questione è lucidamente nominata da Mele verso la fine dell'intervento. È il desiderio della madre. Una donna moderna, una madre moderna, quella di Hans, un essere che impersona il demone invisibile dell'intera vicenda... modernissima anch'essa. Questa madre, com'è noto a chi ha letto il seminario di Lacan, non farà passare l'interdetto paterno, l'interdetto edipico che avrebbe probabilmente evitato al figlio l'esperienza della fobia, lasciando infine Hans "senza complesso di castrazione o con un complesso di castrazione in attesa" (p. 233). Di qui la formula icastica con cui Lacan dipinge quella che a Freud pare, illusoriamente, una guarigione: Hans, il feticcio. Ma perché la madre ha potuto svolgere un ruolo tanto pesante nella vita del figlio? Forse perché il padre, come si lamenta a un certo punto Lacan, non ha dato prova di saper svolgere la propria funzione? Forse perché, come si lamenta a un certo punto il piccolo Hans, questo padre non si arrabbia abbastanza? Mele lascia cadere l'insinuazione per volgere altrove lo sguardo. Per volgerlo sul presente. Da un lato, scrive, Hans prefigura – difficile negarlo – "il bambino-partner della famiglia monoparentale della contemporaneità". Dall'altro, aggiunge, non basta scorgere nella madre di Hans "una proto-femminista, non più iscritta nell'ordine del patriarcato", per sbrigare la faccenda e chiudere il dossier. Il problema, in fondo, non è neppure il desiderio della madre, come lo stesso Lacan sembra ammettere, tra le righe, verso la fine del seminario. Il problema, semmai, sono le contraddizioni epocali in cui questo desiderio materno è intrappolato, al tramonto delle vecchie costellazioni simboliche. È di questo passaggio che Hans rappresenta la verità sintomatica. "Se l'anatomia è un destino, è pur sempre necessario un simbolico che aiuti a sopportare questo destino", conclude Mele. E tuttavia, quale potrà essere questo nuovo simbolico? È solo uno dei tanti, cruciali interrogativi che il volume, nel suo complesso, ci aiuta ad accostare e a mettere in forma.