Pietro Barbetta, Follia e creazione. Il caso clinico come esperienza letteraria


Pietro Barbetta
 
Follia e creazione.
Il caso clinico come esperienza letteraria
 

Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2012
pp. 99, euro 12,00  ISBN 978-88-5751-309-6
 
 
 


All’origine di questo testo c’è un vocabolario un po’ desueto per la lingua corrente, che dà forma e leggibilità a storie di (stra)ordinaria follia, storie vere che sembrano
fiction, storie di uomini e donne che attraversano gli interstizi misteriosi tra la clinica e la letteratura, tra la vita e l’arte. Ekphrasis, eteroglossia, intertestualità, quislinguismo, Codice dei codici, responsività, polifonia, enunciato performativo, schismogenesi,sono termini che appaiono, a chi li estrapola dal tessuto del libro, come geroglifici vitalie sono, a loro volta, estrapolati da Freud, Bateson, Foucault, Bachtin, Pasolini, Joyce, Deleuze. In questo suo Follia e creazione Pietro Barbetta, che è un raffinato psicologo e psicoterapeuta, esplora territori di confine, casi clinici estremi fuori dal cono di luce in cui sono stati categorizzati: l’angolazione è originale e prospettica perché l’Autore posiziona l’analisi clinica tra il racconto e il saggio, tra l’immagine e il significato, intersecando la terapia con la riflessione sulla terapia, la follia con la riflessione sulla follia, la creazione con la riflessione sulla creazione, in un gioco di ulteriori rimandi che la sua scrittura esegue con stile lucido e allusivo. I cinque densi capitoli che strutturano il volume non si toccano o si sfiorano appena ma convergono come variazioni di un’unica ouverture, quella di corpi in frammenti rivisitati ‘in avanti’ per la loro (posterior, postuma) ricomposizione di senso.

Prendiamo il caso Lucia Joyce, che occupa il primo capitolo. La figlia del grande James è capricciosa e creativa, votata all’arte e alla danza moderna, innamorata di Samuel Beckett e allieva di Raymond Duncan. Alcune fotografie parigine degli anni venti la ritraggono in costume con pantaloni larghi ripieni sul fondo, fino a metà polpaccio, a piedi nudi, una blusa chiara girocollo con una figura geometrica disegnata sul davanti: un triangolo isoscele da cui a sua volta si diparte un secondo triangolo capovolto che precipita come la sua vita. Infatti, a partire dal 1932, giorno del cinquantesimo compleanno del padre, Lucia lancia una sedia contro la madre Nora e da lì gli anni seguenti sono segnati da un crescente numero di episodi violenti e autodistruttivi, tanto da costringere il padre a farla visitare da numerosi specialisti tra i quali, nel 1934, Carl Gustav Jung, e con periodi sempre più lunghi passati in internamento. Dal 1936 viene relegata in un sanatorio vicino Parigi, in cui il padre va a trovarla ogni settimana. L’autore dell’Ulisse muore nel 1941; dieci anni dopo, nel 1951, Lucia viene portata al St. Andrews Hospital di Northampton, in Inghilterra, dove trascorre il resto della sua vita fino all’anno della morte, avvenuta nel 1982. Una storia davvero tragica che non può non ripercuotersi nell’opera joyciana. La ragazza, vittima delle cure oppressive della psichiatria dell’epoca, soffriva di schizofrenia. Tra padre e figlia si stabilisce così, come sulla riva di un fiume, un legame simbioticodi cui si dà conto nelle pagine tormentate di Finnegans Wake,un capolavoro del delirio onirico che «descrive la vita dall’interno dell’inconscio, come nessuno psicanalista ha mai tentato» (p. 24). Barbetta porta il lettore nel vortice della vita di Lucia, contesa tra l’Opera del padre e le diagnosi di Jung, ne scandaglia il misterioso e lacerante percorso esistenziale che diventa forma e scrittura. E parimenti rintraccia segni, tempi e pulsioni di analogo tenore nella vita e nella scrittura di Pier Paolo Pasolini, in un altro capitolo del libro (Pasolini, Psicoterapia e letteratura). Qui al centro della riflessione dell’Autore è l’attenzione pasoliniana al discorso indiretto libero, che non è solo forma ma soprattutto stile. Il riferimento è ovviamente alla celebre recensione tardiva che Pasolini scrisse intorno al libro di Giulio Herczeg, Lo stile indiretto libero in italiano, apparso nel 1963 presso l’editore Sansoni. Il DIL per Pasolini si ha quando lo scrittore rinuncia fin da principio ad essere autore narrante e si immerge subito nel personaggio, narrando tutto attraverso lui per approdare ad una soluzione di continuità tra il monologo interiore e il discorso indiretto libero (DIL). Al di là di qualche limite della posizione pasoliniana che privilegia il criterio sociologico, ciò che è interessante nella disamina puntuale di Barbetta è che il DIL può funzionare come una forma di scrittura testuale del caso clinico che ri-modella la situazione narrativa tra analista e paziente, in cui il materiale clinico viene strutturato e ripensato, dando voce ad un’altra psiche (alla coscienza dell’altro) unitamente alle dinamiche di transfert e di controtransfert. Perciò, tra le sue condizioni generative, il DIL riconfigura la relazione tra lo scrittore e il terapeuta, tra la letteratura e la psicoterapia sul versante delle ibridazioni, delle commistioni linguistiche, delle doppie e triple prospettive. Non è un caso che nel capitolo più teorico del libro, Il caso tra fiction e clinica, Barbetta riproponga una versione originale dell’interpretazione foucaultiana del quadro Las Meninas che apre Le parole e le cose (1966), tutta centrata, come è noto, sulla nozione di rappresentazione: è il ritratto di una bambina di cinque anni – Margherita, l’infanta di Spagna in una quotidiana scena di corte. Se Foucault cerca di cogliere in questo capolavoro di Velázquez l’eco visiva della crisi di un concetto che riveste un ruolo centrale nella filosofia moderna, cioè quello di soggettività, nel suo farsi autoritratto, e nel suo presentarsi come un oggetto tra gli altri quando il pittore rinvia necessariamente alla sua soggettività, che nel quadro non c’è, né può propriamente esservi, Barbetta utilizza in maniera feconda il celebre dipinto per rintracciarvi le avventure dell’exphrasis, ovvero la descrizione di un vedere composito che mescola il visibile e l’invisibile, l’avere una visione e l’essere allucinati: «Non vedremo mai ciò che Velázquez dipinge sulla tela nella tela, abbiamo scoperto che il soggetto del dipinto sono i regnanti di Spagna, ma non abbiamo mai veduto quel dipinto» (p. 43). Un’opera quindi da decifrare come l’inconscio, a cui Barbetta dedica l’ultimo capitolo del suo libro significativamente denominato Il Nome.

Esemplare è l’indagine che l’Autore compie sul Nome comune e sul Nome proprio tessendo una ricca trama di citazioni filosofiche e letterarie: «Così nella scrittura del caso clinico, cambiare nome non è mero espediente, è metaforizzazione, inserzione del caso in un gruppo di trasformazioni, scrivere un racconto (p. 81). Soprannomi, diminutivi, nomi comuni, nomi propri, nomi trasformati, il dire in prima persona (telling), o in terza persona (reporting), sono i molteplici perni su cui è possibile costruire procedimenti di indagini cliniche e psicoterapiche, come suggerisce la grande letteratura europea (da Thomas Mann a Kafka, da Pirandello a Borges, da Joyce a Nietzsche e oltre). E qui bisognerebbe ri-attraversare il volume di Barbetta a ritroso e sostare di nuovo sul capitolo teorico che è anche l’incrocio di una pluralità di angoli prospettici a partire dall’inconscio, per chiedersi se sia o meno strutturato in termini lacaniani come un linguaggio, o si riconfiguri piuttosto come intertestualità: «Interazione vivente tra conversazione e discorso, responsività nella relazione. C’è differenza rispetto all’idea di sintomo. Il sintomo si mostra nel discorso clinico, ha carattere teorico, esprime una parole che fa differenza rispetto alla langue. Intertestualità non rileva sintomi, ma dimensioni inosservate dell’espressione dialogica, intertestualità si riferisce a emergenze contingenti, socialmente incarnate» (p. 35). A differenza di Lacan, che concentra molte sue riflessioni sull’ordine simbolico come ordine dei segni verbali, l’intertestualità non ha riferimenti stabili nel simbolico, è piuttosto emergenza dell’incontro, è linea di fuga verso la libertà; l’intertestualità interseca l’eteroglossia, termine coniato dal grande critico russo Bachtin negli anni trenta e che denota l’uso simultaneo di diversi tipi di discorso o di altri segni e quindi il potenziale semantico che ogni parola scritta o parlata porta con sé. «Il termine paziente, più che designare la posizione del malato nella sua definizione classica, serve a esprimere la pazienza necessaria a sottoporsi a un intervento istituzionale» (p. 36). Nell’illustrare i casi di due pazienti (Gracia e Job, pp. 36-40), Barbetta racconta al lettore che la verità è taglio, è affezione, è emergenza, consiste nella relazione, è permanere nella relazione. La sfida della relazione, che è l’oggetto di un precedente lavoro dell’autore (cfr. Id., Figure della relazione. Digressione intorno al doppio legame, Edizioni ETS, Pisa 2007), entra nel tessuto delle nuove forme di psicoterapia sulla scia dei lavori teorici di Gregory Bateson, che in qualche modo si prefiggono di ripensare la tecnica terapeutica non più basata sulla comunicazione a senso unico, in cui il terapeuta rimane sostanzialmente immodificato, ma piuttosto come un’attività riflessiva in cui il terapeuta accetta di mettersi in gioco, partecipa a sua volta ad un processo dinamico di cambiamento. Se la schizofrenia e la teoria del doppio legame costituivano il terreno di ricerca del libro del 2007 in cui Barbetta riconosceva il suo debito teorico nei confronti di Bateson, anche in questo che stiamo analizzando non mancano influssi dell’antropologo inglese, in particolare nel quarto capitolo, Dialogo tra Don Chisciotte e Ipazia d’Alessandria, che è un curioso ed istruttivo dialogo sulla schizofrenia tra lo stesso Barbetta nelle vesti del Quijote che intervista Nadine Tabacchi, filosofa nelle vesti di un’Ipazia visionaria. La schizofrenia, dunque, è il filo conduttore del dialogo ma ha ben poco a che vedere con la categoria strettamente psichiatrica di schizofrenia, quella trattata coi farmaci, alla stregua di una devastante patologia. E se fosse una scelta, o il ricorso ad un’altra logica semmai metaforica? Così Ipazia risponde candidamente al suo Quijoteche la incalza con domande pretenziose e totalizzanti. L’idea di Bateson, spiazzante, eversiva, è che i processi mentali non abbiano la loro matrice nell’interiorità dell’individuo ma nelle interazioni comunicative che connettono tra loro gli individui. Lo schizofrenico non è quindi un individuo isolato dal reale, ma al contrario «un essere poroso, che assorbe tutto. È la malattia dell’associazionismo sfrenato e da questo trae tanto beneficio quanto dolore. Lo schizofrenico è un io che inizia a proiettarsi su tutto, che tutto divora, mescolando acutamente e in modo malevolo ingredienti opposti» (p. 70). Ma l’ironia di Ipazia assume e ridefinisce strutturalmente la propria funzione e mette in mora le pretese illusorie ed erudite del suo interlocutore, invitandolo piuttosto a guardare alle filosofie orientali compenetrate di contrasti, di alterità e di diversità.

Così, con questo volume agile e istruttivo sia per lettori poco avvezzi alle pratiche cliniche sia per addetti ai lavori, Pietro Barbetta intende esprimere tutta la sua distanza nei confronti dello scientismo psichiatrico e psicanalitico e dei suoi saperi correlati, e avvista in contropelo tanti mondi possibili in cui il delirio, il sogno, l’allucinazione, la letteratura, la psicoanalisi lasciano emergere una nuova autonomia della scrittura e della vita.