Axel Honneth, Riconoscimento e conflitto di classe.

 

Axel Honneth


Riconoscimento e conflitto di classe.

Scritti 1979-1989

a cura di Eleonora Piromalli


Mimesis Edizioni (collana: Teoria critica),
Milano-Udine 2011, pp. 169, euro 14,00

ISBN: 9788857508566

 

 

Il volume raccoglie sette scritti (sostanzialmente, tutti inediti in italiano) pubblicati tra il 1979 ed il 1989 da Axel Honneth, la figura di maggior spicco della terza generazione dei francofortesi. Nato nel 1949, dopo gli studi a Bochum e Berlino, dal 1983 è stato collaboratore di Habermas a Francoforte, dove, dal 2001, ricopre l’incarico di direttore del celebre Institut für Sozialforschung, oltre che quello di professore di Filosofia Sociale presso l’ateneo della stessa città. Il nome e la fama di Honnneth sono legati soprattutto al volume del 1992 Kampf um Anerkennung. Zur moralischen Grammatik sozialer Konflikte1, nel quale egli teorizza compiutamente il Leitmotiv del suo pensiero: il concetto di riconoscimento (Anerkennung). Di questo volume e di questa parola-chiave i saggi proposti documentano la graduale, coerente maturazione tematica e cronologica: dalla sua formulazione germinale attraverso il concetto di biografia latente, proposta nel primo saggio (La «biografia latente» dei giovani della classe lavoratrice), alla sua veste pressoché definitiva presentata nell’ultimo (La logica dell’emancipazione – sull’eredità filosofica del marxismo), dove il paradigma del riconoscimento si candida ad «assumere su di sé […] l’eredità del paradigma marxiano del lavoro»2.

Sebbene l’approssimarsi al momento di svolta del testo del 1992 costituisca il principale alveo tematico di questa raccolta, esso – come nota giustamente, nella sua introduzione, la curatrice Eleonora Piromalli – non rappresenta il suo unico motivo di interesse né la sola chiave per la sua lettura e fruizione.

L’assunto che concretamente innerva i singoli contributi restituendoli all’interno di un ordito coerente, concerne un’obiezione di fondo avanzata da Honneth, obiezione che si potrebbe definire di ordine epistemologico. Egli osserva che le metodologie di cui la ricerca sociale di ispirazione marxista e marxiana si serve attualmente risultano, al di là delle loro specifiche declinazioni e peculiarità, accomunate da un vulnus originario. Esso consiste nel presupposto, in realtà facente funzione di un vero e proprio postulato, secondo il quale qualsiasi gruppo umano (e, da ultimo, qualsiasi individuo) elabora ed esplicita consapevolmente il proprio orizzonte morale e normativo; orizzonte previamente cristallizzato nella forma di un sapere codificato, al quale attingerebbero poi i singoli membri del gruppo per orientare e regolare il proprio agire. Se un tale meccanismo trova una, peraltro ovvia, conferma in riferimento a quei gruppi umani (classi) dominanti all’interno di una società, non così accade per le realtà minoritarie o emarginate, rispetto alle quali perciò un metodo di indagine improntato su simili presupposti tradisce un’attitudine analitica e comprendente quantomeno problematica. Ciò posto, ci si trova dinanzi ad un’alternativa irriducibile: o questi gruppi non posseggono affatto un tale orizzonte normativo (nella misura in cui non sono in grado di esplicitarne discorsivamente, concettualmente uno), limitandosi così ad ereditarlo in maniera passiva da coloro che ne sono i legittimi produttori e detentori, oppure esso esiste ma va cercato altrimenti, dal momento che «la capacità di percepire conflitti sociali pratico-normativi dipende anche dalla profondità e dall’acume della teoria delle classi sulla quale ci si basa»3. Ergo: gli strumenti adoperati solitamente a questo scopo non sono in grado di rilevare tali dinamiche e vanno perciò ripensati.

È appunto su questa possibilità che scommette Honneth, il cui cammino documentato lungo le pagine del volume rivela in filigrana lo sforzo consapevole di elaborare un tale ripensamento che, data la sua radicalità, non può restare confinato alla dimensione metodologica. Esso passa per una riabilitazione, mercé un suo sostanziale aggiornamento, della teoria delle classi e del conflitto sociale cui esse danno vita, uno di quegli strumenti operativi tradizionali troppo in fretta accantonati dalle diverse correnti neo- e postmarxiane4, in quanto erroneamente ritenuti dei semplici strumentari ideologici, mere zavorre di un passato tanto glorioso quanto ingombrante. Rivalutati sulla scorta della sola loro efficacia operativa, tali strumenti consentono invece di evidenziare come le classi proletarie rappresentino un attore sociale del tutto concreto, in grado di esprimere un suo specifico orizzonte etico-normativo di riferimento, caratterizzato però da una genesi del tutto peculiare: dal basso ed in negativo, vale a dire sulla scorta di azioni concrete e circostanziate, che sovente corrispondono a dei contromovimenti. La reazione morale quotidiana, scrive Honneth, «è composta in prima istanza da sensori sensibili, in grado di captare quando una norma viene violata. Essa non prescrive cosa è moralmente doveroso, bensì reagisce attraverso sentimenti negativi a violazioni di norme d’azione che conosce, nella loro forma morale, solo implicitamente»5. Si tratta, in tal modo, di reazioni tese a riparare una situazione che viene percepita come intollerabilmente ingiusta, ovvero come l’intollerabile lesione di una condizione ideale (per quanto non esplicita) di giustizia. È appunto un tale sentimento dell’ingiustizia quale molla dell’agire a palesare la presenza di un impianto motivazionale ed assiologico effettivo, legato all’istanza ultima del riconoscimento di sé, alla rivendicazione cioè di tutte quelle possibilità (non di ordine meramente materiale) percepite come costitutive ed irrinunciabili per il concreto esserci dell’uomo. La presenza di questa sorta di istinto morale (il «senso panumano di ingiustizia»6), delle cui influenze kantiane l’autore è ben consapevole7, si rivela a partire da quelle reazioni contrastive che possono giustificarsi appunto soltanto come lesione di esso. Ne consegue che una ricerca sociale all’altezza del proprio compito sarà quella in grado di rendere conto di simili dinamiche nella loro reale portata.

In un progresso costante della sua argomentazione, Honneth sottopone il proprio assunto di fondo al vaglio di ambiti sempre più probanti, allo scopo di saggiarne la possibile universalizzazione, al culmine della quale il riconoscimento (unitamente alla dialettica contrastiva connessa alla sua affermazione) possa ergersi al rango di vera e propria costante antropologica, non solo in riferimento alla totalità dei gruppi umani, ma per gli stessi individui nella loro singolarità. Il conseguimento di quest’obiettivo avviene con la pubblicazione di Kampf um Anerkennung, dove il principio del riconoscimento perviene ad una tale veste universale.

Il raffinamento dell’impianto teorico passa per una decisiva serie di incontri e confronti, di cui i saggi del volume forniscono un’adeguata testimonianza. Al di là di quelli più occasionali e circostanziati (ad esempio, la già menzionata biografia latente del primo saggio o l’onore ferito trattato nel quinto: L’onore ferito – forme quotidiane dell’esperienza morale), quelli realmente decisivi riguardano le figure di Marx e Habermas, i suoi “numi tutelari”, rispetto alle quali Honneth elabora delle significative ragioni di vicinanza e di distacco. Alla riflessione habermasiana, e più in dettaglio alla distinzione da lui operata tra agire comunicativo ed agire strumentale, egli riconosce il decisivo merito di aver consentito all’eredità marxiana (e della stessa Scuola di Francoforte) di non arenarsi in alcune delle sue sopraggiunte impasses; cionondimeno anch’essa ricade nel già menzionato strabismo, in quell’endemica incapacità di scorgere fino in fondo le dinamiche e le soggettività realmente agenti ed animanti la dialettica sociale8.

La molteplicità dei referenti e delle suggestioni implicate dal discorso honnethiano trova un punto di coagulo nelle riflessioni dedicate al concetto di lavoro, teoreticamente depauperato (al pari della teoria delle classi) dalle declinazioni più recenti del marxismo ed al quale egli contrappone un ritorno al Marx degli scritti giovanili, nei quali l’elaborazione di questo tema – ancora influenzata da Hegel e parzialmente dall’antropologia feuerbachiana – manteneva (proprio in quanto capace di limitare le proprie ambizioni di scientificità) un respiro filosoficamente più ampio rispetto a quello della virata integralmente positivistica, economicistica della maturità. Aver guardato soltanto al Marx maturo è il limite che Honneth imputa a tutte quelle prospettive che, pur situandosi nel solco della tradizione marxiana, hanno finito con il decretarne dall’interno ed in maniera oltremodo semplicistica la crisi irreversibile quanto alla sua capacità di essere strumento per l’apprensione del proprio tempo in pensieri.

In questo arricchimento del proprio bagaglio teorico, che è al contempo una definitiva presa di coscienza delle sue stesse potenzialità, gioca un ruolo decisivo l’incontro con il libro del 1978 di Barrington Moore: Injustice. The Social Bases of Obedience and Revolt9. L’analisi che egli vi dedica in uno dei saggi presentati (Consenso morale e senso di ingiustizia, Sullo studio di Barrington Moore Le basi sociali dell’obbedienza e della rivolta) significa perciò ben più di una puntuale recensione. Concetti come quello di «contratto sociale implicito»10 diventano per lui un’indicazione preziosa di un percorso che lo condurrà, come accennato, alla formulazione della dialettica del riconoscimento nella veste di costante antropologica.

Pur trattandosi di un volume che ripercorre e ricostruisce la genesi del momento apicale all’interno del Denkweg di uno specifico pensatore, che per di più situa del tutto consapevolmente la propria esperienza di riflessione all’interno di una ben riconosciuta e riconoscibile tradizione culturale11, ad esso va ascritto il merito di non risolversi interamente in una “predica per convertiti”. Stanti pure alcune sue movenze potenzialmente claustrofobiche – su tutte quella di voler correggere, ancora una volta, Marx (o quantomeno il marxismo) con Marx, atteggiamento a cui sembra fare da sfondo il dogma dell’infallibilità marxiana –, la qualità di alcune analisi specifiche proposte da Honneth (su tutte il notevole excursus intorno al concetto di lavoro, a partire dal quale l’autore inscena una breve ma pregnante rassegna comparata fra alcuni momenti significativi del pensiero, non solo dialettico, del secolo scorso)12 consegna questa raccolta di scritti ad una fruizione e ad un interesse spendibili anche in chiave essoterica. Ragione per cui, in sede introduttiva sarebbe stata forse auspicabile una sottolineatura più marcata di questo suo aspetto e valenza. Ma si tratta, beninteso, più di un’osservazione di gusto che non di un vero appunto, al cospetto del pregevole lavoro svolto dalla curatrice.

Neppure un’osservazione, in fin dei conti, ma piuttosto il pretesto per un auspicio: che nell’ottica di una definitiva, necessaria laicizzazione della filosofia (dalla quale dipende in non esigua misura la sopravvivenza stessa di questa “disciplina”), e sulla scorta dell’usura di quelle tensioni sistematiche di cui la vicenda marxiana e marxista nel suo complesso rappresenta l’ultima grande incarnazione, sia venuto ormai il tempo in cui l’edificazione di quei ponti in grado di intrecciare le insulae alla terraferma (i singoli microcosmi teorico-culturali tra loro e ancor più al “resto del mondo”) venga non più soltanto (appunto) auspicata, ma finalmente pretesa.

 

INDICE DEL VOLUME

Fonti

Introduzione
di Eleonora Piromalli

Riconoscimento e conflitto di classe

La «biografia latente» dei giovani della classe lavoratrice

Lavoro e azione strumentale. Problemi categoriali per una teoria critica della società

Coscienza morale e dominio di classe

Consenso morale e senso di ingiustizia, Sullo studio di Barrington Moore Le basi sociali dell’obbedienza e della rivolta

L’onore ferito – forme quotidiane dell’esperienza morale

Etica del discorso e concetto implicito di giustizia

La logica dell’emancipazione – sull’eredità filosofica del marxismo

Bibliografia

 

Note con rimando automatico al testo

1 Tr. it., Lotta per il riconoscimento. Proposte per un’etica del conflitto, a cura di C. Sandrelli, Il Saggiatore, Milano 2002.

2 Riconoscimento e conflitto di classe, p. 156. D’ora in avanti RCC.

3 RCC, p. 108.

4 Nel saggio di chiusura (il già citato La logica dell’emancipazione), Honneth isola, per poi contestarle, tre varianti di «critica riparatrice del marxismo»: il «marxismo in chiave di teoria dei giochi»; il «marxismo teorico-culturale»; il «marxismo in chiave di teoria del potere» (cfr. RCC, pp. 142-148). Ai suoi occhi, esse rappresentano il falso movimento di un marxismo che in nome di un rigore analitico e scientifico oltranzista finisce per smarrire il legame con la fondamentale ispirazione ed il telos ultimo dell’avventura filosofica di Marx.

5 RCC, p. 123.

6 Si tratta di una espressione di Barrington Moore, citata dalla Piromalli nella sua introduzione al volume (RCC, p. 23).

7 Ad un confronto tra l’etica discorsiva di Habermas-Apel e la morale kantiana intorno al concetto di “universalizzazione”, sulla quale si innesta poi l’integrazione honnethiana con la sua peculiare idea del sentimento universale di giustizia, è dedicato il saggio: Etica del discorso e concetto implicito di giustizia, (1986), in: RCC, pp. 129-138.

8 Pur essendo un tema presente in buona parte dei contributi del volume, una sua elaborazione puntuale è offerta in: Coscienza morale e dominio di classe, (1981), in: RCC, pp. 91-110.

9 Tr. it., Le basi sociali dell’obbedienza e della rivolta, a cura di R. Cambiaghi, Edizioni di Comunità, Milano 1983.

10 RCC, p. 115.

11 Una scelta ribadita ulteriormente dalla collocazione editoriale del volume: all’interno di una collana dal titolo: Teoria critica

12 Il riferimento è al paragrafo II del saggio: Lavoro e azione strumentale Problemi categoriali per una teoria critica della società (RCC, pp. 57-75).