Lettera Internazionale, n. 107, “Il corpo e il potere”, primo trimestre 2011.

 

È sempre difficile scrivere una recensione di un numero di una rivista. Il doppio rischio è quello di disperdersi nei meandri argomentativi della moltitudine dei saggi, oppure quello di offrire riflessioni troppo “generali”. La soluzione credo sia quella di isolare un percorso problematico con cui legare almeno i saggi più interessanti e stimolanti rispetto alla tematica generale, in questo caso quella del corpo in relazione al potere. È sostanzialmente quello che mi accingo a fare, isolando, all’interno dei sedici saggi di questo bel numero di Lettera Internazionale, alcuni in cui si respira una medesima sensibilità teoretica.

Il numero si apre con una splendida scelta di riflessioni di Paul Valéry sul corpo, tratte dai suoi Cahiers, e perfettamente introdotta da Benedetta Zaccarello. In un appunto valeriano, che la curatrice pone ad esergo della sua introduzione, il poeta francese scrive: «Tu dimentichi, ma il tuo corpo dimora. Non hai sentito niente, ma il tuo corpo è cambiato. Parli, ma il tuo corpo farà. Tu vedi, non lui. Tu cammini, mentre lui si trascina. Tu degusti, e lui digerisce. Sorridi, e lui si piega. Tu dormi, lui dorme. Non ha saputo che stavi cambiando idea. Non hai saputo che stava cambiando forze, nel profondo» (p. 2).

È giusto sottolineare, come fa la stessa curatrice, l’«inseparabile distanza» tra il pensiero e il corpo, “inseparabilità” e “distanza” che Valéry ha continuamente indagato e tenacemente ribadito, contro ogni ingenua riduzione di tale “estranea vicinanza”. Tuttavia, non credo che sia del tutto corretta l’interpretazione che Merleau-Ponty ci ha dato del pensiero valeriano del corpo, specie quando esalta la reversibilità carnale di corpo e coscienza, così come Zaccarello ricorda. Credo, infatti, che in questa “inseparabile distanza” di corpo e spirito ci sia qualcosa che urta l’idea stessa di “reversibilità”; c’è infatti un resto irreversibile che si produce continuamente nelle loro relazioni. Certo, noi siamo portati, anche sulla scorta di Bergson, a concepire l’irreversibilità innanzitutto come caratteristica della vita dello spirito, che, anche quando “ri-vive” i ricordi, non fa che ri-elaborarli in un presente sempre formalmente “nuovo”. Eppure c’è un’altra irreversibilità che abita solo la dimensione dei corpi, dei corpi viventi: ed è il fatto che non vivono sempre questi corpi, perché sono “nati” e, prima o poi, “morranno”. È questa l’irreversibilità che non potrà mai diventare “spirito”, l’irreversibilità che non potrà mai essere “assorbita” (aufgehoben) nella coscienza, in quanto appartenente solo allo spazio dei corpi e irriducibile alla “temporalità” dello spirito. Se gli “stati della coscienza”, secondo Bergson, contengono in sé tutto il passato, con aggiunto un momento presente del tutto nuovo, in cui quel passato viene rielaborato e riscritto, allora l’irreversibilità del tempo interiore è il risultato della natura reversibile della “coscienza”, che si ripete, si rinnova, si riversa tutta in se stessa in ogni attimo, nonostante il fatto che questo attimo debba essere concepito come “nuovo”. L’irreversibilità della coscienza è, quindi, un’irreversibilità per lo meno paradossale, poiché fondata sul riversarsi continuo della memoria-coscienza in se stessa. Ben diversa è l’irreversibilità dei corpi, del mio corpo. Essa non si “riversa” nel mio spirito, per il semplice “fatto” che la mia nascita e la mia morte – che sono mie, ma solo nel senso che, parafrasando Valéry, “il mio corpo nasce ed io nasco; il mio corpo muore e io muoio”; l’inverso, infatti,è impossibile – mi arrivano, per così dire, dal “fuori” del (mio) corpo, irreversibilmente. Questo aspetto della relazione corpo-coscienza, che compare più volte nella raccolta di riflessioni e aforismi di Valéry, resta sullo sfondo di alcuni dei contributi presenti nel numero di Lettera Internazionale, senza trovare, tuttavia, un’esplicita tematizzazione. Compare, ad esempio, in quei saggi che pongono a questione il silenzio dei corpi, la loro “resistenza” e refrattarietà al potere (in tutte le sue declinazioni), la loro “segretezza” inviolabile. Compare nel bel saggio di Pilar Calveiro sui corpi “in carcere” (Corpi: vuoti a perdere), nelle interessanti considerazioni sulla tortura (dal Directorium Inquisitorum, pubblicato da Nicolau Eymeric nel 1503, alle tecniche utilizzate a Guantanamo) di Edoardo Subirats (Il godimento totalitario), o nella descrizione che Georges Didi-Huberman fa della qualunquità dei corpi dei “figuranti” all’interno dell’industria cinematografica (Popoli esposti, popoli figuranti). Dovrei ancora citare, su questa linea, il saggio di David Le Breton (Homo-silicium), giustamente critico nei confronti delle concezioni neo-tecno-gnostiche di “liberazione dal corpo”, oppure il contributo di Fabio Tolledi, che sintetizza e commenta il pensiero di Foucault sul rapporto tra il corpo e il sapere-potere (Erotica del corpo sociale. Il dispositivo foucaultiano). Si tratta, come dicevo, di saggi in cui implicitamente compare quella dimensione di irreversibilità e di “segretezza” (da secretum, “separato”)che i corpi non sono in grado di mettere in comune con nessun altro corpo, meno che mai con la dimensione della coscienza. È davvero strano che il numero non comprenda un contributo di Jean-Luc Nancy, che (dopo Paul Valéry e Antonin Artaud) è il maggior pensatore del “corpo” del (tardo) Novecento. In effetti, questo interessante e stimolante numero di Lettera Internazionale, è costruito in modo tale da dare il massimo al suo inizio con Valéry, smarrendo un po’ la rotta nei contributi successivi, alcuni dei quali, come dicevo, risultano comunque pregevoli. Tra i saggi che non ho citato ce ne sono alcuni molto belli ed incisivi, come quelli di Giacomo Marramao (Lo spettacolo dell’uguaglianza) e di Franco Farinelli (Ancora sull’11 settembre… 1789), che, tuttavia, risultano poco attinenti alla tematica generale scelta (Corpo e potere). Ce ne sono altri poi che, francamente, risultano proprio “pesci fuor d’acqua”, come il brano di Ernst Kantorowicz (La scoperta dell’individuo), ma soprattutto come quelli di Slavoj Žižek e di Elio Matassi sul mito musicale di Orfeo e Euridice.

Corredano il numero le immagini di alcuni artisti (Beatrice Pasquali, Flor Garduño, Zbigniew Libera, Chris Sacker). Quelle della fotografa messicana Flor Garduño espongono in maniera superba la segretezza e l’intimità nuda dei corpi.

«Il corpo – scrive Valéry – è il vaso e il suo contenuto, oggetto molto complesso, visibile e tangibile che definisce: qui e ; alto e basso, davanti e dietro, sinistra e destra, caldo e freddo, bene e male, fame e sete – forma una regione eternamente centrale, focolare, singolarità. Servo immediato, e come padrone assoluto – più rapido, e più lento dell’istante» (p. 4).