Arnold Gehlen, L’uomo. La sua natura e il suo posto nel mondo

 

 

 

Arnold Gehlen

L’uomo. La sua natura e il suo posto nel mondo.


Mimesis, Milano 201, pp. 48, euro 30

ISBN 9788857502366

 


 

 

Dopo ben ventisette anni dalla prima e unica edizione italiana, uscita nel 1983 per i tipi Feltrinelli, viene ristampata dall’editore Mimesis una delle pietre miliarie dell’antropologia filosofica del ’900: L’uomo, di Arnold Gehlen. Questo testo, insieme a La posizione dell’uomo nel cosmo (1928) di Max Scheler e I gradi dell’organico e l’uomo di Helmuth Plessner (1928), rappresenta uno dei cardini di quella che è stata una corrente di pensiero influente, espressione di tensioni filosofiche, scientifiche ed esistenziali che permearono il Vecchio Continente nella prima metà del secolo scorso.

L’opera di Gehlen – Der Mensch. Seine Natur und seine Stellung in der Welt, apparsa in prima edizione nel 1940 rappresenta il culmine sistematico dell’elaborazione dell’autore. In questo volume egli esplica la concezione dell’essere umano che sarà alla base di tutta la sua filosofia e che – ricorrendo allo stesso lessico gehleniano – potremmo definire “antropologia elementare” (in quanto mirante all’esplicitazione degli elementi costitutivi dell’essere umano). Parimenti, questo testo rappresenta un limpido esempio metodologico del suo modus operandi, poiché Gehlen, come prima di lui Scheler e soprattutto Plessner, concepisce la propria opera come un tentativo di rendere conto delle acquisizioni delle scienze naturali, degli studi sul comportamento, delle scoperte psicologiche ed etologiche che hanno caratterizzato il secolo scorso. Il grande progetto dell’antropologia filosofica fu appunto questo: cercare di “incarnare” nel bios dell’animale umano le radici del suo comportamento, del suo modus essendi, la sua posizione nel mondo e tra gli altri esseri viventi. Partendo da basi fisiologiche, Gehlen ricostruisce la storia dell’animale sapiens, dandone un’immagine a tutto tondo, che comprenda il suo comportamento individuale e che spieghi il suo muoversi in un mondo tecnico, sociale e culturale.

Sulla base delle sue conoscenze di biologia, morfologia animale ed etologia, Gehlen teorizza in primo luogo, come accennavamo, una particolare posizione dell’uomo nel regno naturale, posizione peculiare per quello che egli definisce (riprendendo una formula di Herder) il Mängelwesen, vale a l’animale carente, l’essere mancante. L’essere umano, a differenza di tutti gli altri animali, che sono già sempre adattati, a livello fisiologico, ad un determinato ambiente, non possiede strutture corporee che lo ancorino a un ambiente specifico, ad una nicchia ecologica. L’essere umano non ha artigli, non ha zanne, non ha ali, non ha pelliccia, non ha branchie, né pinne. È la scimmia nuda. È disperatamente non adattato. Mantiene i propri caratteri fetali (mancanza di specializzazione e di adattamento al mondo esterno) anche in età adulta (per questa teoria Gehlen si rifà a biologi come Lodewijk Bolk e Adolf Portmann, teorici della neotenia e della pedogenesi, che si affiancano al loro collega più noto, teorico della cosiddetta Umweltslehre, Jakob von Uexküll)1.

Questa carenza e mancanza di differenziazione originaria si assommano all’assenza di un impianto istintuale netto, ben determinato, come quello degli animali. L’animale trova nell’istinto la soluzione ai problemi ambientali che gli si presentano: a un dato stimolo, risponde con una serie di comportamenti rigidamente codificati dal suo impianto istintuale, spesso riconducibili ai tre tipi base: stasi, fuga, aggressione. Per l’uomo, che secondo Gehlen presenta solo dei “residui istintuali”, viene meno la sicurezza che deriva all’animale dalla prontezza con cui si innesca il meccanismo istintuale. L’uomo è sobbarcato da stimoli esterni, da cui è oberato e a cui deve rispondere continuamente tramite atti deliberati, non codificati geneticamente; ciò crea una grande pressione, del tutto ingestibile.

È qui che interviene il meccanismo più importante tra quelli che Gehlen rinviene come peculiari del Mängelwesen: l’Entlastung, l’esonero. L’uomo tende a sgravarsi del peso della risposta alle stimolazioni ambientali, ma non lo fa attraverso delle strutture fisiologiche o istintuali – di cui, come detto, è privo o ‘carente’ – bensì per il tramite di quella che Gehlen definisce la sua seconda natura: la tecnica.

Con questo termine Gehlen intende tutto ciò che non è direttamente fornito all’uomo dal mondo naturale, ma che è un risultato della sua azione. Tecnica, quindi, sono le pietre scheggiate dei primitivi e i più avanzati ritrovati della cibernetica, tecnica sono la Divina Commedia e l’uso del fuoco, tecnica sono le istituzioni politiche, culturali, sociali e quelle routinarie. Le routines, in particolare, rappresentano, a parere dell’autore, i più forti meccanismi esoneranti, in quanto permettono all’uomo di emanciparsi dal diretto, immediato rispondere, attraverso una scelta deliberata, agli stimoli ambientali.

Di fronte a un affronto subito, solo l’uomo può decidere di: vendicarsi, scappare, porgere l’altra guancia. O meglio: può farlo nella misura in cui è in grado di differire la propria risposta, di esonerarsi dalla coazione istintuale di una replica immediata. È questo ciò che lo rende diverso dall’animale, i cui comportamenti risultano invece interamente codificati dalla biologia e dall’istinto. Questa grande libertà, tuttavia, secondo Gehlen non è mai assoluta, non può esserlo (in effetti, laddove la si lasciasse crescere indefinitamente su se stessa finirebbe per ritorcersi contro l’uomo stesso, compromettendone la stabilità e con ciò la sopravvivenza), ma ha sempre bisogno di una forma di assoggettamento: è questo il fondamentale ruolo svolto dall’abitudine, dal mondo culturale in cui siamo nati, dalla storia del nostro tempo che media la risposta ad uno stimolo. È la routine.

Alla routine si affiancano le istituzioni (da intendersi sia, semplicemente, come tutte le istanze culturali elaborate dall’uomo nel corso del suo progredire storico, sia come i singoli istituti del diritto, della religione, della politica, dell’esercito, ecc.) quali garanti del percorso di sgravio, a livello individuale e collettivo, che rendono l’uomo libero dal sovraccarico o “eccedenza” pulsionale a cui lo ha condannato la natura. Questa condanna, come appare evidente, equivale ad una condanna alla libertà. È in tal senso che Gehlen considera l’uomo un progetto particolare della natura: unico essere slegato dal diretto condizionamento ambientale, è anche l’unico a poter decidere, entro certi limiti, qual è il mondo che lo plasmerà, agendo sulle istituzioni, che a loro volta retroagiranno sulla costituzione della sua stessa soggettività.

La “filosofia delle istituzioni” diventerà per il Gehlen successivo2 un punto di riflessione fondamentale: determinato dalle proprie carenze biologiche, sovraccaricato dal peso degli stimoli esterni, l’essere umano è obbligato ad esonerarsi e al contempo a calmierare sempre più la propria natura attraverso le istituzioni culturali. Queste, nell’ottica del conservatore Gehlen, finiranno sempre più per autonomizzarsi, “cristallizzarsi”, al fine di limitare e salvaguardare (due concetti che Gehlen pensa sempre accoppiati) quello stesso uomo carente che le ha create ab origine.


La ristampa di quest’opera appare più che mai appropriata, sia per motivi scientifici – rendendo disponibile un’opera significativa per l’intera filosofia del ’900 da lungo tempo fuori commercio – che per motivi eminentemente filosofici: oggi si fanno pressanti (forse ancor più che all’epoca in cui il testo fu redatto) quegli interrogativi sull’essenza dell’uomo, sui suoi rapporti con la natura e con la società che Gehlen fa oggetto della sua analisi.

In particolare l’esigenza di fondo del progetto dell’antropologia filosofica, vale a dire integrare in un’unica immagine coerente le acquisizioni delle scienze sociali e naturali, in modo da conseguire un’adeguata determinazione della posizione dell’uomo nel mondo, s’impone in un’epoca in cui le acquisizioni delle neuroscienze e della psicologia cognitiva stanno mutando la concezione psicofisica dell’essere umano.

L’importante introduzione di Karl-Siegbert Rehberg (docente di Sociologia all’Università di Dresda, allievo di Gehlen e curatore della sua Gesamtausgabe), che già impreziosiva il volume nella sua prima edizione italiana, è presente anche in questa seconda ed è stata ampliata per dar conto delle nuove acquisizioni che gli studi scientifici hanno portato negli ultimi anni alle scienze umane, e in particolare ad un’antropologia filosofica che voglia essere al passo col nostro tempo storico, oltre che per dare maggiore rilevanza ai risvolti etici del paradigma antropologico-filosofico, sempre presenti negli interessi dello stesso Rehberg3.

Segnaliamo anche l’utile Bibliografia dei saggi di Gehlen tradotti in italiano (pp. 479-480), inserita dalla curatrice del volume Vallori Rasini, accanto alla quale però si avverte la mancanza di una bibliografia critica aggiornata dei testi su Gehlen (per lo meno italiani) apparsi dal 1983 a oggi.

In ogni caso, va alla curatrice il merito di aver aggiunto un ulteriore tassello alla diffusione in Italia dei testi-cardine dell’antropologia filosofica: dopo la curatela della ri-edizione di Prospettive antropologiche (di Gehlen) la traduzione de Il riso e il pianto e soprattutto la curatela de I gradi dell’organico e l’uomo (entrambi di Plessner)4, questa ri-edizione de L’uomo di Gehlen – seppure mantenuta inalterata nella traduzione originale – appare una scelta, non solo editoriale, quanto mai appropriata


Indice del volume

Prefazione (di Vallori Rasini), pp. 7-10.

L’“antropologia elementare” di Arnold Gehlen. Note introduttive (di Karl-Siegbert Rehberg), pp. 11-45.

Parte Introduttiva (pp. 45-127)

Parte Prima: Il peculiare posto morfologico dell’uomo (pp. 127-175)

Parte Seconda: Percezione, Movimento, Linguaggio (pp. 177-391)

Parte Terza: Leggi Pulsionali, Il Carattere. Il Problema dello Spirito (pp. 393-477)

Bibliografia dei saggi di Gehlen tradotti in italiano (pp. 479-480)

Indice dei nomi (pp. 481-485)


Note

1 Bolk sarà un “maestro occulto” della biologia del ’900. Per quanto, come ricorda anche Rehberg nella sua Introduzione al testo (p. 21 dell’edizione Feltrinelli del 1983, passo curiosamente espunto dall’edizione Mimesis che stiamo presentando) sia, al pari di Portmann e von Uexküll, un «outsider della ricerca biologica», la sua influenza risulterà notevole in autori di primo piano come il Jacques Lacan degli Scritti e anche in illustri biologi evoluzionisti, come Stephen Jay Gould. Il testo principale di Bolk è Das Problem der Menschwerdung, del 1926 (tr. it. Il problema dell’ominazione, DeriveApprodi, Roma 2006).

2 Cfr. A. Gehlen, Urmensch und Spätkultur, 1956 (tr. it., Le origini dell’uomo e la tarda cultura, Il Saggiatore, Milano 1994).

3 Si veda, a tal proposito, il suo studio: Motivi esistenziali nell’opera di Arnold Gehlen, in: Il paradigma antropologico di Arnold Gehlen, a cura di M. T. Pansera, Mimesis, Milano 2005. Pp. 109-141.

4 A. Gehlen, Anthropologische Forschung, 1961 (tr. it., Prospettive antropologiche. L’uomo alla scoperta di sé, il Mulino, Bologna 2005); H. Plessner, Lachen und Weinen, 1941 (tr. it., Il riso e il pianto. Una ricerca sui limiti del comportamento umano, Bompiani, Milano 2000); Id., Die Stufen des Organischen und der Mensch, 1928 (tr. it., I gradi dell’organico e l’uomo, Bollati Boringhieri, Torino 2006).

 

Arnold Gehlen

L’uomo. La sua natura e il suo posto nel mondo.

Mimesis, Milano 2011

pp. 485

euro 30

ISBN: 9788857502366

 

[inserire immagine di copertina]

 

 

Dopo ben ventisette anni dalla prima e unica edizione italiana, uscita nel 1983 per i tipi Feltrinelli, viene ristampata dall’editore Mimesis una delle pietre miliarie dell’antropologia filosofica del ’900: L’uomo, di Arnold Gehlen. Questo testo, insieme a La posizione dell’uomo nel cosmo (1928) di Max Scheler e I gradi dell’organico e l’uomo di Helmuth Plessner (1928), rappresenta uno dei cardini di quella che è stata una corrente di pensiero influente, espressione di tensioni filosofiche, scientifiche ed esistenziali che permearono il Vecchio Continente nella prima metà del secolo scorso.

L’opera di Gehlen – Der Mensch. Seine Natur und seine Stellung in der Welt, apparsa in prima edizione nel 1940 rappresenta il culmine sistematico dell’elaborazione dell’autore. In questo volume egli esplica la concezione dell’essere umano che sarà alla base di tutta la sua filosofia e che – ricorrendo allo stesso lessico gehleniano – potremmo definire “antropologia elementare” (in quanto mirante all’esplicitazione degli elementi costitutivi dell’essere umano). Parimenti, questo testo rappresenta un limpido esempio metodologico del suo modus operandi, poiché Gehlen, come prima di lui Scheler e soprattutto Plessner, concepisce la propria opera come un tentativo di rendere conto delle acquisizioni delle scienze naturali, degli studi sul comportamento, delle scoperte psicologiche ed etologiche che hanno caratterizzato il secolo scorso. Il grande progetto dell’antropologia filosofica fu appunto questo: cercare di “incarnare” nel bios dell’animale umano le radici del suo comportamento, del suo modus essendi, la sua posizione nel mondo e tra gli altri esseri viventi. Partendo da basi fisiologiche, Gehlen ricostruisce la storia dell’animale sapiens, dandone un’immagine a tutto tondo, che comprenda il suo comportamento individuale e che spieghi il suo muoversi in un mondo tecnico, sociale e culturale.

Sulla base delle sue conoscenze di biologia, morfologia animale ed etologia, Gehlen teorizza in primo luogo, come accennavamo, una particolare posizione dell’uomo nel regno naturale, posizione peculiare per quello che egli definisce (riprendendo una formula di Herder) il Mängelwesen, vale a l’animale carente, l’essere mancante. L’essere umano, a differenza di tutti gli altri animali, che sono già sempre adattati, a livello fisiologico, ad un determinato ambiente, non possiede strutture corporee che lo ancorino a un ambiente specifico, ad una nicchia ecologica. L’essere umano non ha artigli, non ha zanne, non ha ali, non ha pelliccia, non ha branchie, né pinne. È la scimmia nuda. È disperatamente non adattato. Mantiene i propri caratteri fetali (mancanza di specializzazione e di adattamento al mondo esterno) anche in età adulta (per questa teoria Gehlen si rifà a biologi come Lodewijk Bolk e Adolf Portmann, teorici della neotenia e della pedogenesi, che si affiancano al loro collega più noto, teorico della cosiddetta Umweltslehre, Jakob von Uexküll)1.

Questa carenza e mancanza di differenziazione originaria si assommano all’assenza di un impianto istintuale netto, ben determinato, come quello degli animali. L’animale trova nell’istinto la soluzione ai problemi ambientali che gli si presentano: a un dato stimolo, risponde con una serie di comportamenti rigidamente codificati dal suo impianto istintuale, spesso riconducibili ai tre tipi base: stasi, fuga, aggressione. Per l’uomo, che secondo Gehlen presenta solo dei “residui istintuali”, viene meno la sicurezza che deriva all’animale dalla prontezza con cui si innesca il meccanismo istintuale. L’uomo è sobbarcato da stimoli esterni, da cui è oberato e a cui deve rispondere continuamente tramite atti deliberati, non codificati geneticamente; ciò crea una grande pressione, del tutto ingestibile.

È qui che interviene il meccanismo più importante tra quelli che Gehlen rinviene come peculiari del Mängelwesen: l’Entlastung, l’esonero. L’uomo tende a sgravarsi del peso della risposta alle stimolazioni ambientali, ma non lo fa attraverso delle strutture fisiologiche o istintuali – di cui, come detto, è privo o ‘carente’ – bensì per il tramite di quella che Gehlen definisce la sua seconda natura: la tecnica.

Con questo termine Gehlen intende tutto ciò che non è direttamente fornito all’uomo dal mondo naturale, ma che è un risultato della sua azione. Tecnica, quindi, sono le pietre scheggiate dei primitivi e i più avanzati ritrovati della cibernetica, tecnica sono la Divina Commedia e l’uso del fuoco, tecnica sono le istituzioni politiche, culturali, sociali e quelle routinarie. Le routines, in particolare, rappresentano, a parere dell’autore, i più forti meccanismi esoneranti, in quanto permettono all’uomo di emanciparsi dal diretto, immediato rispondere, attraverso una scelta deliberata, agli stimoli ambientali.

Di fronte a un affronto subito, solo l’uomo può decidere di: vendicarsi, scappare, porgere l’altra guancia. O meglio: può farlo nella misura in cui è in grado di differire la propria risposta, di esonerarsi dalla coazione istintuale di una replica immediata. È questo ciò che lo rende diverso dall’animale, i cui comportamenti risultano invece interamente codificati dalla biologia e dall’istinto. Questa grande libertà, tuttavia, secondo Gehlen non è mai assoluta, non può esserlo (in effetti, laddove la si lasciasse crescere indefinitamente su se stessa finirebbe per ritorcersi contro l’uomo stesso, compromettendone la stabilità e con ciò la sopravvivenza), ma ha sempre bisogno di una forma di assoggettamento: è questo il fondamentale ruolo svolto dall’abitudine, dal mondo culturale in cui siamo nati, dalla storia del nostro tempo che media la risposta ad uno stimolo. È la routine.

Alla routine si affiancano le istituzioni (da intendersi sia, semplicemente, come tutte le istanze culturali elaborate dall’uomo nel corso del suo progredire storico, sia come i singoli istituti del diritto, della religione, della politica, dell’esercito, ecc.) quali garanti del percorso di sgravio, a livello individuale e collettivo, che rendono l’uomo libero dal sovraccarico o “eccedenza” pulsionale a cui lo ha condannato la natura. Questa condanna, come appare evidente, equivale ad una condanna alla libertà. È in tal senso che Gehlen considera l’uomo un progetto particolare della natura: unico essere slegato dal diretto condizionamento ambientale, è anche l’unico a poter decidere, entro certi limiti, qual è il mondo che lo plasmerà, agendo sulle istituzioni, che a loro volta retroagiranno sulla costituzione della sua stessa soggettività.

La “filosofia delle istituzioni” diventerà per il Gehlen successivo2 un punto di riflessione fondamentale: determinato dalle proprie carenze biologiche, sovraccaricato dal peso degli stimoli esterni, l’essere umano è obbligato ad esonerarsi e al contempo a calmierare sempre più la propria natura attraverso le istituzioni culturali. Queste, nell’ottica del conservatore Gehlen, finiranno sempre più per autonomizzarsi, “cristallizzarsi”, al fine di limitare e salvaguardare (due concetti che Gehlen pensa sempre accoppiati) quello stesso uomo carente che le ha create ab origine.

 

La ristampa di quest’opera appare più che mai appropriata, sia per motivi scientifici – rendendo disponibile un’opera significativa per l’intera filosofia del ’900 da lungo tempo fuori commercio – che per motivi eminentemente filosofici: oggi si fanno pressanti (forse ancor più che all’epoca in cui il testo fu redatto) quegli interrogativi sull’essenza dell’uomo, sui suoi rapporti con la natura e con la società che Gehlen fa oggetto della sua analisi.

In particolare l’esigenza di fondo del progetto dell’antropologia filosofica, vale a dire integrare in un’unica immagine coerente le acquisizioni delle scienze sociali e naturali, in modo da conseguire un’adeguata determinazione della posizione dell’uomo nel mondo, s’impone in un’epoca in cui le acquisizioni delle neuroscienze e della psicologia cognitiva stanno mutando la concezione psicofisica dell’essere umano.

L’importante introduzione di Karl-Siegbert Rehberg (docente di Sociologia all’Università di Dresda, allievo di Gehlen e curatore della sua Gesamtausgabe), che già impreziosiva il volume nella sua prima edizione italiana, è presente anche in questa seconda ed è stata ampliata per dar conto delle nuove acquisizioni che gli studi scientifici hanno portato negli ultimi anni alle scienze umane, e in particolare ad un’antropologia filosofica che voglia essere al passo col nostro tempo storico, oltre che per dare maggiore rilevanza ai risvolti etici del paradigma antropologico-filosofico, sempre presenti negli interessi dello stesso Rehberg3.

Segnaliamo anche l’utile Bibliografia dei saggi di Gehlen tradotti in italiano (pp. 479-480), inserita dalla curatrice del volume Vallori Rasini, accanto alla quale però si avverte la mancanza di una bibliografia critica aggiornata dei testi su Gehlen (per lo meno italiani) apparsi dal 1983 a oggi.

In ogni caso, va alla curatrice il merito di aver aggiunto un ulteriore tassello alla diffusione in Italia dei testi-cardine dell’antropologia filosofica: dopo la curatela della ri-edizione di Prospettive antropologiche (di Gehlen) la traduzione de Il riso e il pianto e soprattutto la curatela de I gradi dell’organico e l’uomo (entrambi di Plessner)4, questa ri-edizione de L’uomo di Gehlen – seppure mantenuta inalterata nella traduzione originale – appare una scelta, non solo editoriale, quanto mai appropriata.

 

ANTONIO LUCCI

 

 

 

 

Indice del volume:

Prefazione (di Vallori Rasini), pp. 7-10.

L’“antropologia elementare” di Arnold Gehlen. Note introduttive (di Karl-Siegbert Rehberg), pp. 11-45.

Parte Introduttiva (pp. 45-127)

Parte Prima: Il peculiare posto morfologico dell’uomo (pp. 127-175)

Parte Seconda: Percezione, Movimento, Linguaggio (pp. 177-391)

Parte Terza: Leggi Pulsionali, Il Carattere. Il Problema dello Spirito (pp. 393-477)

Bibliografia dei saggi di Gehlen tradotti in italiano (pp. 479-480)

Indice dei nomi (pp. 481-485)

 

 

1 Bolk sarà un “maestro occulto” della biologia del ’900. Per quanto, come ricorda anche Rehberg nella sua Introduzione al testo (p. 21 dell’edizione Feltrinelli del 1983, passo curiosamente espunto dall’edizione Mimesis che stiamo presentando) sia, al pari di Portmann e von Uexküll, un «outsider della ricerca biologica», la sua influenza risulterà notevole in autori di primo piano come il Jacques Lacan degli Scritti e anche in illustri biologi evoluzionisti, come Stephen Jay Gould. Il testo principale di Bolk è Das Problem der Menschwerdung, del 1926 (tr. it. Il problema dell’ominazione, DeriveApprodi, Roma 2006).

2 Cfr. A. Gehlen, Urmensch und Spätkultur, 1956 (tr. it., Le origini dell’uomo e la tarda cultura, Il Saggiatore, Milano 1994).

3 Si veda, a tal proposito, il suo studio: Motivi esistenziali nell’opera di Arnold Gehlen, in: Il paradigma antropologico di Arnold Gehlen, a cura di M. T. Pansera, Mimesis, Milano 2005. Pp. 109-141.

4 A. Gehlen, Anthropologische Forschung, 1961 (tr. it., Prospettive antropologiche. L’uomo alla scoperta di sé, il Mulino, Bologna 2005); H. Plessner, Lachen und Weinen, 1941 (tr. it., Il riso e il pianto. Una ricerca sui limiti del comportamento umano, Bompiani, Milano 2000); Id., Die Stufen des Organischen und der Mensch, 1928 (tr. it., I gradi dell’organico e l’uomo, Bollati Boringhieri, Torino 2006).