KAINOS n. 10
Indice del numero

Editoriale

Ormai giunta al suo decimo anno di vita, la rivista Kainos ha deciso di riflettere chiasmaticamente sulla propria denominazione, dedicando il nuovo numero al pensiero del ‘nuovo’: al presente, che nel suo fantasmagorico trapassare, più o meno interrogato dai contemporanei, ma anche nella sua eterna inoltrepassabilità, costituisce il teatro di ogni speculazione filosofica, l’orizzonte ineludibile di ogni filosofia della storia che voglia alleggerire il suo passo senza con ciò liquidare il peso del tempo.

Per la nostra millenaria cultura del tramonto, la storia è infatti l’ombra gigantesca che sta sempre alle spalle del paesaggio in cui, di attimo in attimo, facciamo esperienza. Ma alla constatazione hegeliana che la filosofia è davvero capace di pensare la propria epoca solo quando questa è definitivamente “compiuta”, e possa dunque fabbricare concetti solo dopo aver attraversato l’istantaneità e l’immediatezza dell’essere, crediamo si possano contrapporre sia l’inquietante incompiutezza del moderno, sia il coraggio che il pensiero filosofico deve a Nietzsche, il cui gesto demolitore ha inaugurato il Novecento. Con lui l’Occidente scopre in sé una duplice esigenza che fa dell’inattuale la cifra segreta del contemporaneo: da un lato quella di pensare fino in fondo il crepuscolo del vecchio mondo e della vecchia metafisica, dall’altro quella di provare a corrispondere, in quanto pensiero, all’aurora del nuovo inizio.

Ci è sembrato tuttavia che il pensiero del nuovo non riesca ad uscire da un’aporia di fondo: per essere pensato, esso ha bisogno di essere distanziato dal “passato” e, quindi, dipenderne. Il nuovo è tale solo relativamente al confronto con ciò che nuovo non è. D’altro canto, anche il passato, per essere pensato e così portato a significazione, ha bisogno della “novità” del presente. È il presente, infatti, che struttura di volta in volta il passato nominandolo come tale. Ma se il presente è ciò che ci permette di avere e strutturare, di volta in volta, un passato, per farlo dev’esserci già, deve essere già “presente”, deve quindi essere già “accaduto” o, almeno, “accadente”. Allora la domanda da porsi è forse un’altra: come accade il presente, qual è la sua volatile struttura? Come è possibile pensarne l’evento senza rifugiarci nel finalismo e nel pre-formismo, senza cioè risolverlo nel passato correndo il rischio di diventare incapaci di pensare quest’ultimo, e perdendo così l’intero orizzonte prospettico della storicità? In altri termini, come pensare il possibile sganciato sia dall’idea aristotelica di essere in potenza, che chiude il tempo verso l’essenza e ripiega l’Occidente nell’eterna rammemorazione della propria identità, sia dalla attuale perversione del cambiamento, che chiude il futuro in una coattiva e fantasmagorica ripetizione dell’istante?

Se il presente non è sempre il prodotto consapevole dell’azione umana, e se, per pensarlo, non vogliamo pensarla come Hegel, bisogna saperne cogliere gli “indizi”, le tracce, le rappresentazioni oniriche, le alternative nascoste, le forze centrifughe. Ci si chiede allora che caratteristiche devono avere questi segni per poter essere decifrati ed acquistare un significato, se non addirittura sembrare anticipatori rispetto allo stesso presente che li interpreta. Ed è a questo punto che Kainos può volgersi a guardare al proprio breve passato (dieci anni, un battito di ciglia) come ad un’anticipazione del presente-che-viene, poichè lavorando teoricamente su ciò che appare come “scarto” e come “rifiuto”, insistendo sulle emergenze enigmatiche della contemporaneità (un esempio fra molti il post-umano), la nostra rivista ha in certo qual modo tentato di anticipare l’avvenire, o forse ha cercato di pensare dei presenti “possibili” ma non necessari, imminenti ma non obbligatori.

È in questa rischiosa prospettiva aurorale che abbiamo deciso di muoverci, aprendo degli spazi di discussione intorno a quei concetti estremamente dinamici che i protagonisti del Novecento hanno elaborato per saggiare la consistenza elastica del presente senza con ciò poterne solidificare la volatilità: la Jetztzeit benjaminiana, il Novum blochiano con il suo carico di futuro, l’Ereignis heideggeriano, l’evento nelle sue più o meno recenti declinazioni ‘politiche’ (Deleuze, Badiou), la nascita di Arendt e l’ontologia dell’attualità di Foucault. Ma, nel considerare la radicalità con cui tutti costoro hanno fornito un’analisi spettroscopica ma non storicistica del mondo contemporaneo, ci siamo resi conto che, forse, pensare il presente non è esente da un altro e ancor più radicale rischio, quello di non essere (più) capaci di pensarlo.

Se il pensiero gioca davvero a dadi ogni qual volta pensa il presente, se questo può non essere ad un’unica uscita e ad un’unica entrata, ma in sé molteplice e stratificato, la filosofia potrebbe non essere più neppure relativa, ma addirittura curva, come lo spazio-tempo einsteiniano. Dopo la filosofia lineare, al di là del suo limite, il presente potrebbe essere formato da molteplici mondi, coesistenti oppure in conflitto l’uno con l’altro. Ma non è questa la posizione del post-moderno? È corretta e condivisibile, questa posizione teorica, o inclina pericolosamente verso l’irenismo etico e politico?

Forse nella descrizione del presente è implicita una scelta, una posizione capace di afferrare con una certa brutalità anche la curvatura del tempo. Ma come pensare ad una scelta o addirittura ad un superamento del presente se questo si impone a noi con una nuova forza? È infatti oggi più vero che mai: il presente si impone comunque, anche quando sembra fermo o quando non lo si riesce a decifrare, ad afferrare, a strutturare. Ma, se è così, l’unica residua scelta etica sarà forse quella di assecondarlo, di dirgli di sì, anche se ci appare ormai sempre più negativamente connotato, più incomprensibile, più “catastrofico”? E di nuovo, come pensare la catastrofe senza con ciò dipendere teoreticamente da ciò che si presume sia un mondo buono ormai perduto?

Se da un lato è necessario, in una prospettiva squisitamente politica, rimettere in moto le chance di emancipazione che il presente occulta dentro di sé, talvolta soffocandole, d’altra parte non basta confidare nella capacità analitica della filosofia e dell’intelligenza, perché, se sono l’evento e il mondo che ne deriva ad imporsi a noi in forme inedite, non tutto sta nello sguardo o nella posizione di chi osserva – l’ormai decentrato ‘soggetto’ dell’interpretazione e dell’azione.

Sulla scorta di tali questioni, il decimo numero di Kainos cerca di attraversare ed interrogare il presente fuori dell’alternativa tra moderno (il presente è progresso o regresso, il nuovo-bene o il nuovo-male) e post-moderno (il presente è plurale, è coesistenza di tutti i tempi, quindi non c’è né progresso né regresso), per aprire piuttosto una terza pista, un varco della ragione che sia in grado di congedarsi dalle presunzioni teoriche della modernità senza per questo ridursi a semplice eco degli eventi.