Editoriale del numero 11

 

EDITORIALE

KAINOS n. 11

 


L’Italia oggi rappresenta una sorta di laboratorio sperimentale del nostro futuro
Slavoj Žižek

Il berlusconismo è elaborato in modo da essere pienamente compreso e accettato
soprattutto da chi più è privo di strumenti culturali

Stefano Bartezzaghi

 

 

 

Che cosa vuol dire, oggi, essere o sentirsi ‘ignoranti’ oppure ‘colti’, mostrarlo ad altri o semplicemente confessarlo a se stessi? chi può essere giudicato ignorante e chi può farlo perché ritenuto colto, o viceversa? in quale misura la percezione della nostra ignoranza e/o della nostra cultura dipende dall’assetto socio-politico in cui ci troviamo? e soprattutto, com’è cambiata questa percezione in Italia negli ultimi decenni e nelle diverse fasce della popolazione? l’ignoranza è ancora sinonimo di inferiorità sociale quanto la cultura lo è di superiorità, o i termini si sono rovesciati?

Per rispondere a tali domande a centocinquant’anni dall’unificazione, in piena retorica celebrativa ma anche nel bel mezzo di una crisi sociale, economica e soprattutto etico-politica che non ha precedenti nella nostra giovane democrazia repubblicana, il numero 11 della rivista Kainos si propone, e propone, un obiettivo provocatorio ma ineludibile: indagare sull’ignoranza degli italiani come problema culturale e politico – sulle sue cause più o meno occulte, sulle sue forme più o meno evidenti e soprattutto sulle sue conseguenze per il futuro del nostro Paese. Per non cadere tuttavia nel dilettantismo sociologico, cioè (a nostra volta) nell’ignoranza, intendiamo farlo su due piani apparentemente diversi ma, in realtà, complementari.

Un primo livello è quello teorico-comparativo: si tratta di operare una preliminare chiarificazione filosofica, oltre che sociologica, antropologica, psicologica e soprattutto pedagogica, dei termini ignoranza e cultura, ed un’altrettanto necessaria, ma problematica distinzione tra cultura ‘alta’ e cultura ‘bassa’, così come tra acculturazione e de-culturalizzazione. In tal modo si potranno analizzare e discutere criticamente i processi di diffusione, metamorfosi e svalutazione del sapere (inclusi i processi di apprendimento e, a livello istituzionale, le trasformazioni del sistema dell’istruzione superiore: la cosiddetta ‘licealizzazione’ dell’università) che hanno investito l’Italia, ed in diversa misura anche altre nazioni europee, negli ultimi cinquant’anni.

Accanto alla riflessione sul progressivo impoverimento del sistema formativo e sulla de-qualificazione dell’insegnamento (in primo luogo quello della filosofia), il secondo livello che intendiamo dischiudere è quello più propriamente politico: di fronte all’inevitabile effetto ecolalico, all’esegesi continua e ormai ipertrofica del berlusconismo che da quasi un decennio mobilita i giornali, le reti, le librerie, il cinema e quindi le forze intellettuali del nostro Paese1, abbiamo deciso di spostare il fuoco dell’analisi verso la società che lo ha reso possibile come suo epifenomeno, verso il suo elettorato ma anche verso quella consistente fetta dell’intellighenzia italiana che lo celebra come avversario, quando non vi appare passivamente assuefatta – per non dire prona; si tratta in altri termini di operare una salutare ed urgente riduzione fenomenologica di Berlusconi, la cui ‘epocale’ portata storico-politica, con il conseguente e antistorico accostamento al fascismo, è stata invece irresponsabilmente ingigantita dai suoi stessi oppositori, e più in generale dal nostro ceto intellettuale. Un simile spostamento, che è stato già avviato da altri osservatori2, costituisce non solo la chiave per comprendere in profondità l’attuale scenario socio-politico italiano, ma anche il motore di una consapevolezza storico-critica che proprio alcune forze intellettuali e politiche, in Italia, mostrano di non possedere – il che rende ancor più problematica e provocatoria la nostra indagine.

È chiaro infatti che puntare il dito sull’innegabile processo di dequalificazione culturale della politica e della società italiane, se da un lato ci obbliga ad inserirlo in analoghi processi in corso in diversi Paesi occidentali, dall’altro significa insistere sul nesso epocale tra politica e cultura – anzi tra la politica attiva e le due grandi culture politiche italiane, quella democratico-cristiana e quella comunista – che il nostro Paese ha conosciuto fino agli anni ottanta, per analizzare, in termini non nostalgicamente gramsciani, il ruolo egemonico che tali culture, dissolvendosi, hanno smesso di esercitare più o meno a partire da Tangentopoli e dalla (presunta) fine della cosiddetta Prima Repubblica.

Allo stesso modo, o, se si vuole, per le stesse scomode ragioni, indagare sulla vergognosa de-culturalizzazione del nostro ceto politico e sulla ‘dittatura dell’ignoranza’3 ch’esso ha ‘sdoganato’, significa mettere sotto processo proprio la cultura alta, e in particolare quella filosofica, che se da un lato continua ad esistere, a riprodursi4 e ad esercitare il suo dominio nelle accademie, quindi a costituire un valore sociale da esibire e spendere come segno di superiorità in alcuni mercati del potere, d’altra parte sembra essersi trasformata in un’elegante ma impotente glossatura degli eventi psico-sociali scatenati dalla nostra ‘nuova’ (benchè spesso anagraficamente vecchia) classe politica – cultura che si riserva dunque lo svolgimento di una funzione ermeneutica ornamentale o, nel migliore dei casi, protestataria in nome di istituzioni, valori e/o procedure (democrazia partecipata, solidarietà, utilizzo razionale delle competenze, valutazione del merito, ossessiva difesa della Costituzione e della magistratura) ormai ampiamente scavalcati dagli eventi in questione.

Bisogna piuttosto analizzare senza residui moralismi il cinismo sociale e l’orgoglio dell’insipienza oggi mostrati non solo dal ‘pensiero unico’ di marca liberista, ma soprattutto dall’egemonia politica delle forze conservatrici, e quindi dai vari fondamentalismi politico-religiosi il cui rigurgito, in Occidente come in Oriente, rappresenta un pericolosissimo sintomo del suddetto dilagare dell’ignoranza. Se infatti la suddetta cultura ‘alta’ ha insegnato nietzscheanamente che la verità non esiste, comprendendone la fabbricazione ideologica oppure limitandone l’enunciazione al (peraltro sempre manipolabile) piano descrittivo, la cultura ‘bassa’, che ne costituiva il termine di paragone psico-sociologico, sta subendo una trasformazione epocale, grazie a cui tende a prendere il sopravvento come ignoranza che si spaccia per verità (appunto in assenza della verità).

In tale snodo comparativo, assume un particolare significato la metamorfosi della cultura in specialismo. L’immensa mole del sapere accumulato dalla modernità rende impossibile dominarlo soggettivamente – in un certo senso, oggi siamo tutti individui ‘ignoranti’ e non c’è più alcun soggetto ‘colto’ che abbia il tempo di conoscere ‘tutto’ in profondità –, ma ciò tende ormai a significare che non ha più senso ‘farsi una cultura’, ed è preferibile coltivare una sola branca del sapere – anche perché la superiorità sociale del cosiddetto ‘lavoro cognitivo’ viene misurata e valutata, ad esempio in ambito politico, soltanto in termini specialistici. Ma lo specialismo amministrativo e ‘territoriale’ delle competenze – come dimostra, Italia, la politica della Lega – fa parte dell’ignoranza, nella misura in cui non è sostenuto da una formazione culturale e/o da processi di soggettivazione, individuali e collettivi, capaci di relativizzarlo e/o di inserirlo in un orizzonte di ampio respiro teorico. Sono proprio questa formazione e questi processi ad essere venuti meno nel nostro Paese, permettendo il dilagare dell’ignoranza come autoreferenzialità infrasoggettiva – la quale dunque non è tanto il semplice non-sapere x o y, ma il non-capire il loro nesso e/o il loro al-di-là.

Nel complesso, l’ignoranza degli italiani ci appare come l’effetto della fine del valore sociale e identitario della cultura, vissuta ormai da larghi strati della popolazione come un disvalore – qualcosa di faticoso da acquisire e inutile da possedere; questo processo di disinvestimento psico-sociale, sia immaginario che economico, di quello che Bourdieu chiamava ‘campo intellettuale’, fa pendant con la fine del valore identitario del lavoro e con una più profonda crisi della soggettivazione occidentale moderna, che, in termini baumaniani, potremmo definire ‘solida’, ovvero strutturata intorno alle due topiche freudiane e ai valori etico-politici della borghesia. Dal crollo o meglio dalla liquefazione di tale struttura, sta emergendo un nuovo e diverso assetto culturale delle società occidentali, e in una società, come quella italiana, caratterizzata da una forte eterogeneità linguistica, da un potere pastorale ancora capillarmente attivo benchè ormai sulla difensiva (il Vaticano), e soprattutto da una storica debolezza dell’identificazione con le istituzioni, questo processo ha assunto la forma di un individualismo competitivo, cinico e ottuso, nonché quella, ad esso complementare, del populismo gregario in salsa mediatica.

Intendiamo dunque analizzare le forme con cui, a partire dagli anni settanta e dal fallimento socio-culturale, prima che politico del ’68 europeo, l’Italia ha conosciuto il lento tramonto della cultura ‘alta’ e la diffusione di una cultura non ‘bassa’ (chè anzi la cultura popolare ne è stata rapidamente colonizzata), bensì mediocre, superficiale e supponente perché mediatizzata – omologata, nei termini di Pasolini. Trasformandoci in consumatori non solo di oggetti, ma anche e soprattutto di cultura ‘media’, accessibile, l’acculturazione (sempre per usare un lessico pasoliniano), fortemente voluta dalle forze progressiste del nostro Paese nel secondo dopoguerra, sembra essersi ritorta contro i suoi stessi promotori, provocando la crisi dell’etica universalistica che aveva ispirato i padri costituenti. Protetta – perché colonizzata – dalla politica di centro e di sinistra, l’accademia italiana ha a sua volta fornito le pratiche concrete dei nuovi saperi, ma in una logica di consumazione autoreferenziale dei medesimi, e così facendo ha riprodotto lo specialismo, non la cultura; se a questo fenomeno di isteresi conservativa si aggiunge il familismo cattolico, ch’è stato solo superficialmente intaccato dalla contestazione e dall’emancipazione sociale degli anni settanta, si comprende come nel giro di trent’anni la formazione psichica dei soggetti (la loro soggettivazione autonoma) sia stata completamente abortita sia dal sistema scolastico-universitario che dalle famiglie – per non parlare dei media e del mondo del lavoro.

In quanto prodotto di una società ibrida – profondamente arretrata ma superficialmente moderna e per così dire ideologicamente post-ideologica (si pensi all’utilizzo dispregiativo e antistorico del termine ‘comunista’) – la nostra attuale classe politica, la cui ‘presa del potere’ è avvenuta tra gli anni novanta e duemila, sembra rispecchiare e promuovere l’ignoranza come vendetta sociale e politica nei confronti della ‘vecchia’ cultura alta, soprattutto di sinistra: in termini nietzscheano-gramsciani, si è formato un vasto e granitico blocco sociale del risentimento nei confronti degli intellettuali – percepiti nell’immaginario collettivo come fintamente accondiscendenti e progressisti, ma in fondo sprezzanti verso la bêtise popolare –, un blocco populista i cui leader sfruttano la vecchia inferiorità/ostilità delle masse verso la cultura e la trasformano, con rozze operazioni demagogiche, in identità politica profonda – in collante inconscio dell’elettorato o in ciò che J. Rancière a buon diritto definisce ‘odio per la democrazia’5.

Da molti invocata quasi come feticcio post-ideologico, la democrazia non è però un’ingenua pratica popolare, e non può essere teorizzata in assenza di soggetti che la comprendano. Perciò, dopo aver metabolizzato lo choc provocato dall’odio verso la cultura, prima che verso la democrazia, alla filosofia italiana non resta forse che giocare un ruolo politicamente pedagogico.

In una società che non promuove più la cultura come motivo di orgoglio, ma, nel migliore dei casi, come ingrediente narcisistico della personalità, la cultura filosofica appare più che mai sedotta dai media e dunque esposta al rischio di mediocrizzarsi, mentre il suo insegnamento sembra sempre più divaricato tra specialismo accademico (a cui fa spesso da humus il tecnicismo pedagogico dei licei) e divulgazione narrativa. Frammentata nelle sue diverse branche e disseminata nelle reti, diluita nei festival e arroccata nei dipartimenti universitari, la filosofia mostra tuttavia oggi un’inedita, straordinaria vitalità; essa rappresenta così il punto archimedeo da cui osservare, ma anche l’unica leva capace di invertire il processo storico che ha innnescato la promozione sociale dell’ignoranza – e che coincide con la potenziale superfluità sociale della cultura.

Paradossalmente essenziale proprio perché superflua, la filosofia è un sapere coestensivo alla soggettivazione autonoma degli individui, nel senso che non vi è processo di soggettivazione, non vi è cultura e tantomeno democrazia, senza pedagogia filosofica – senza costruzione di se stessi e riflessione sul mondo sociale. In questo senso, e cioè come vettore della sfida pedagogica posta dalla contemporaneità, la filosofia può costituire un occhio in grado di educare, cioè di aprire gli altri occhi – di sbloccare le forze sociali; ad esempio, insegnando ai giovani – i non-ancora soggetti – a guardare ciò che gli adulti non vogliono vedere: il potere sociale, risentito e vendicativo, dell’ignoranza. Ma così, grazie ad una forma superiore di comparazione, la filosofia coltiva il potere sociale della prospettiva: lo sguardo genealogico, quindi il processo dell’identità, il saper-divenire-ciò-che-si-è. Portando, secondo la sua vocazione critica, l’insegnamento fuori dalle paludi dello specialismo, ma senza rinunciare alla robustezza della teoria, la filosofia può tentare di rovesciare il nesso perverso tra identità e ignoranza, quindi tra ignoranza e potere, attraverso la coscienza che esso si è storicamente determinato – che è, appunto, solo una questione di prospettiva. In tal modo si potrà forse produrre nel nostro Paese una nuova vergogna sociale dell’ignoranza – vergogna per la sua miseria psichica, per la sua debolezza e per la sua ottusa prepotenza. Bisogna in fondo sapere, e insegnare, che nulla è irreversibile – neppure l’ignoranza.

 

(l'immagine di copertina del numero 11 è basata su "Tutti lo stesso cielo", opera di Nino De Luca)

 

Note

1 Cfr. gli ultimi numeri di Micromega (1-2/2011) su berlusconismo e fascismo, o l’immancabile collettaneo Filosofia di Berlusconi. L’essere e il nulla nell’Italia del Cavaliere, a cura di C. Chiurco, Ombrecorte 2011, con ovvi riferimenti a Slavoj Žižek e al lato osceno e ‘ubuesco’ del potere che Berlusconi incarna. Cfr. infine, oltre al film di Nanni Moretti Il Caimano (2006), il recentissimo documentario Silvio forever di Roberto Faenza.

2 Cfr. i numeri 1 (luglio-agosto 2010) e 4 (novembre 2010) della rinata rivista Alfabeta2, dedicati rispettivamente a “Intellettuali senza” e all’“Anomalia Italia”, e il recentissmo collettaneo La democrazia in Italia, a cura di M. Zanardi, Cronopio 2011, il cui titolo tocquevilliano rinvia alla necessità di ripensare teoricamente, oltre che criticamente, la struttura, la storia e le forme della nostra democrazia, per rispondere alla decisiva domanda che assilla l’attualità: che fare?

3 Cfr. G. Majorino, La dittatura dell’ignoranza. Il regime invisibile, Tropea, Milano 2010.

4 Cfr. P. Bourdieu- J.C. Passeron, La riproduzione, Guaraldi, Bologna 2006.

5 Cfr. J. Rancière, L’odio per la democrazia, Cronopio, Napoli 2007.